Filosofia e spiritualità

Maya

Gli indiani non hanno concepito la vita come una lotta fra il bene ed il male, la virtù ed il peccato, ma come opposizione fra la Coscienza luminosa ed il suo contrario, la psiche e il subconscio che essi chiamano maya: tutta l'esperienza è un contrasto fra l'irrompere di questa maya, che comincia ad operare con la vita stessa, che è anzi la vita stessa, e quell'Essere coscienziale; il processo vitale è una fatale tendenza al prevalere della maya: maya obbiettivamente è la libertà magica, che crea la propria rete intorno a quella luce e la offusca e nasconde. Ma questa maya non è una forza miracolosamente sorta dal nulla, sibbene nasce da quella coscienza cosmica, nell'unità della coscienza primordiale che in sé la contiene.

 

In virtù di questa germinale presenza della maya la nostra psiche, che deriva dalla sua opera, è bivalente: mentre da un lato può dissolversi sempre più nella negazione di quella luce fino ad offuscarla del tutto, essa può dall'altra, quasi sospinta da quel barlume non del tutto spento in lei, districarsi dalla notte, ritrovare in noi la essenziale divinità e indurci a ripercorrere a ritroso il cammino fino al piano oltre la maya.

 

E' chiaro come l'ansia della gnosi indiana consista nel tentativo eroico di sottrarsi all'impero della maya, d'uscire dalla rete nella quale essa ci imprigiona e che noi stessi arricchiamo con la ignoranza di ciò che siamo realmente.

 

Così mercè l'opera della maya e dell'ignoranza (avidya) si svolgono il mondo spazio-temporale, nel quale siamo decaduti, e la nostra stessa psiche, cioè la dualità che non si origina fuori, ma dentro alla stessa coscienza essenziale, per l'insorgere in lei della sua forza mayica. La quale appunto è una libertà magica; è causa del samsara (ciclo delle rinascite), della vita, del processo di obiettivazione e di personificazione; è il molto rispetto all'uno, forza centrifuga in virtù della quale quella coscienza essenziale finirà col profondare nella notte dell'inconscio, giù giù fino a diventare negazione di sé medesima, materialità; è il contrapporsi provvisorio di un inconscio di fronte a quella coscienza, una arbitraria creazione di immagini.

 

FONTE

"TEORIA E PRATICA DEL MANDALA" di Giuseppe Tucci (Ubaldini Editore - Roma)