Filosofia e spiritualità

La millenaria conoscenza spirituale indiana

UPANISHAD MEDIEVALI

Varaha-Upanishad

Varaha (collegata al "Krsna Yajurveda", genere "Samnyasa")

 

<<Esistenza, nascita, crescita, maturità, decadimento e distruzione sono le sei modificazioni cui vanno soggetti gli esseri>>.

 

( Varahopanishad I, 8 )

 

<<Osservando scrupolosamente i propri obblighi relativi agli stadi di vita e all'ordine sociale, praticando varie forme di austerità e per ultimo procurando di soddisfare i desideri del proprio maestro si sviluppa la quadruplice disciplina spirituale, che consiste nel distacco. Essa è composta dalla discriminazione tra ciò che è eterno e ciò che non è eterno, dal completo disinteresse per la fruizione di piaceri mondani o ultramondani, dall'acquisizione delle sei virtù che cominciano con la calma, ed infine dal desiderio insopprimibile della liberazione. Domati gli organi dei sensi, rinuncia a coltivare l'idea di un io in qualsivoglia oggetto, e sforzati di riporre la consapevolezza del tuo io in me, Vishnu, che sono la coscienza testimone d'ogni evento. Arduo è nascere in forma umana, più difficile ancora ottenere il privilegio del sesso maschile, e difficilissimo infine avere in sorte di appartenere al ceto sacerdotale. Se poi uno anche così, pur avendo ascoltato, meditato e riflettuto in cuor suo sull'insegnamento ultimo concernente la vera natura, la cui forma si pone al di là di ogni convenzione derivante dall'ordinamento sociale, dell'Assoluto che ha come sue caratteristiche l'essere, la consapevolezza e la beatitudine, ancora non giungesse a comprenderlo, allora come potrà mai costui raggiungere la liberazione?>>.

 

( Varahopanishad II, 2-7a )

 

<<Il mondo, il principio cosciente individuale, il Sommo Signore e simili non hanno un'esistenza indipendente dal Sé compiuto e autonomo, e neppure l'illusione cosmica: io sono intimamente privo delle caratteristiche di tutte queste entità. Qualità come l'azione, il merito e simili, che si presentano sotto le vesti dell'ignoranza e della più fitta tenebra non sono in grado di scalfire me, il Sé che è luce di per sé splendente. Colui il quale riesce a scorgere il proprio Sé come testimone di ogni evento quale che sia, al di là delle convenzioni dettate dall'ordinamento sociale e dagli stadi di vita, dotato dello stesso aspetto dell'Assoluto, diviene egli stesso quell'Assoluto. Colui il quale, grazie all'insegnamento ultimo impartito dalla scienza sacra rivelata, veda quest'universo visibile come la sede suprema che ha la forma stessa dello splendore divino, è immediatamente liberato. Quando la conoscenza che vanifica l'erronea opinione secondo la quale il corpo sarebbe il Sé, questi ottiene la liberazione quand'anche non la desiderasse affatto. Pertanto come potrebbe essere schiavo delle proprie azioni colui che percepisce costantemente la gioia propria dell'Assoluto, caratterizzata dalla pienezza di verità, conoscenza e beatitudine, in tutto superiore alla tenebra dell'ignoranza?...Come un cieco non può scorgere neppure il sole che pur risplende, così chi è privo degli occhi della gnosi non può scorgere l'Assoluto, che non è che consapevolezza, e ha la verità e la consapevolezza come sue caratteristiche qualificanti>>.

 

( Varahopanishad II, 11b-17a, 19 )

 

<<(Parla Varaha): "Chi rinunci all'attaccamento a ciò che è esterno, a ciò che è interno e al proprio stesso Sé, dissolvendo così ogni sorta di attaccamento, quegli senza dubbio diviene il Mio stesso sé. Quell'asceta dell'ordine supremo che, pur vivendo nel mondo, si tien discosto dal consorzio umano come da una serpe velenosa, che brama tenersi lungi da una bella donna come da un cadavere, che è del tutto distaccato e considera l'infinita serie degli oggetti un mortale veleno, questi invero non è altri che Vasudeva, ossia Me stesso. Questa è la verità, questa è la verità. Questa che ho testè enunciata non è altro che la verità. Io sono la verità, l'Assoluto supremo, e null'altro vi è al di fuori di Me">>.

 

( Varahopanishad II, 36b, 38 )

 

<<Due parole stanno a indicare schiavitù e liberazione: "Mio" e "non mio". "Mio" costringe l'uomo in schiavitù, "non mio" lo libera>>.

 

( Varohopanishad II, 43/b, 44/a )

 

<<La molteplicità di opinioni possibili circa la realtà assoluta sarà distrutta solo se si studiano i trattati; la propensione ad agire sarà distrutta grazie alla percezione diretta di tale realtà; svanirà così anche lo sfarfallio multicolore dell'universo. Ecco come vien meno l'illusione cosmica che vela il Sé>>.

 

( Varahopanishad II, 69 )

 

<<Come invero i raggi del sole dissolvono in un batter d'occhio la più compatta tenebra notturna, così la più fitta oscurità, causa di esistenza futura, è distrutta da Hari, che è lo splendore stesso del sole, e da nessun altro. Rendendo omaggio ai divini piedi di Hari e ricordandoli piamente ci si libera dalle nebbie della propria ignoranza spirituale. In verità non c'è altro mezzo per disfarsi di morte e rinascita che contemplare i piedi del Dio. Chi desidera la prosperità loda chi è ricco: e dunque, chi non potrà venir liberato dai suoi legami se con rispetto leva lodi a Chi è causa dell'universo stesso?>>.

 

( Varahopanishad III, 11-13 )

 

<<Ohimè, dove sono i tesori dei grandi sovrani? Dove son finiti coloro per opera dei quali si sono manifestati i mondi nelle diverse ere cosmiche. E che fine han fatto i mondi stessi? Quelli d'un tempo sono svaniti. Molte nuove manifestazioni del mondo si sono verificate. Miriadi di divinità preposte alla manifestazione si sono dissolte, e i re sono scomparsi come granelli di polvere>>.

 

( Varahopanishad III, 22-23a )

 

<<Gli antichi veggenti Suka e Vamadeva dan nome a due sentieri divini: quello di Suka è noto come il sentiero dell'uccello, ossia il sentiero immediato, quello di Vamadeva come quello della formica, ossia il sentiero graduale. Coloro che sono pervenuti alla conoscenza del proprio Sé tramite la scrupolosa osservanza delle restrizioni e prescrizioni della scienza sacra, l'attento esame dei grandi detti ivi contenuti e l'incentramento dell'attenzione che nasce dallo sforzo di distruggere il principio cosciente da quello oggettuale o dalla pratica dello yoga, purificatisi seguendo la via di Suka raggiungono la sede suprema. Tramite la ripetuta pratica delle prescrizioni e simili nonché delle posture prescritte dallo yoga della forza alcuni son divenuti soggetti a quegli ostacoli spirituali rappresentati dai poteri sovranormali mondani quali la facoltà di diventare piccolo a piacere e simili. Costoro, non avendo ottenuto il frutto desiderato della liberazione, rinasceranno in una famiglia dabbene e riprenderanno a praticare lo yoga in forza delle impressioni subconscie accumulate in precedenza. Attraverso la pratica dello yoga nel corso di molteplici rinascite essi ottengono la sede suprema di Vishnu, ossia la liberazione, seguendo la via di Vamadeva. Vi son dunque due benefiche vie atte a conferire l'attingimento dell'Assoluto, l'una che dona la liberazione immediata, l'altra che la fa raggiungere in modo graduale>>.

 

( Varahopanishad IV, 36-42A )

 

FONTI

www.wikipedia.org

www.gianfrancobertagni.it