Filosofia e spiritualità

La millenaria conoscenza spirituale indiana

UPANISHAD VEDICHE

Svetasvatara Upanishad

La Svetasvatara Upanishad, appartiene al Krsna Yajurveda deve il suo titolo al soprannome dato al saggio che ne enunciò il contenuto.

Il testo è suddiviso in sei canti (adhyaya), ognuno dei quali ha un numero variabile di versi (sloka).

 

Il primo canto (adhyaya) concerne l'indagine sul brahman e i suoi rapporti con l'atman supremo e l'atman individuale. Il testo si apre con una serie di domande fondamentali sulla natura umana.

 

« Il brahman, che cosa ha come causa? donde siamo noi nati? per mezzo di che cosa viviamo? su che cosa siamo noi fondati? da chi dominati, o conoscitori del brahman, noi voliamo da felicità in infelicità, <ognuno di noi> nella <sua> condizione <particolare>? Si debbono <forse> pensare <come causa> il tempo, la propria natura, la necessità, il caso, gli elementi, la matrice, il puruṣa [lo Spirito universale]? O forse è, invece, l'unione di tutti questi <la causa>, dato che si tratta dell'esistenza del Sé <individuale>? <No, poiché> l'atman non è signore della causa della felicità e dell'infelicità. »

 

( Svetasvatara Upanishad I, 1-2 )

 

Il secondo canto procede presentando lo Yoga come tecnica per realizzare la reale natura del brahman.

 

<<Omaggio il sole, al principio dello yoga, unire le nostre menti e di altri organi al Sé Supremo in modo che si possa raggiungere la conoscenza della realtà. Possa Egli, inoltre, sostenere il corpo, l'entità più materiale, attraverso i poteri delle divinità che controllano i sensi>>

 

( Svetasvatara Upanishad II, 1)

 

 << Lo yogi con sforzi ben regolamentati dovrebbe controllare i prana, quando sono calmi dovrebbe respirare attraverso le narici. Allora concentrandosi frenare la sua mente, come un auriga frena i suoi cavalli viziosi >>

 

<< Che lo yoga sia praticato all'interno di una grotta al riparo dal vento, o in un luogo che è di livello, puro e libero da ciottoli, ghiaia e fuoco, indisturbati dal rumore di acqua o di mercato e che è piacevole per la mente e non offensivo per l'occhio >>

 

( Svetasvatara Upanishad II, 9-10)

 

<< Come l'oro coperto dalla terra brilla dopo che è stato purificato, così anche lo yogi, realizza la verità dell'Atman, diventa un tutt'uno con il non-duale Atman, raggiunge l'obbiettivo ed è libero dal dolore >>

 

<<E quando lo yogi vede la vera natura del Brahman, attraverso la conoscenza del Sé, raggiante come una lampada, poi, dopo aver conosciuto il nascituro e immutabile Signore, che non è toccato da ignoranza ed i suoi effetti, si è liberato da tutte le catene>>

 

( Svetasvatara Upanishad II, 14-15 )

 

Il terzo adhyaya ha inizio con una serie di invocazioni al dio vedico Rudra, e prosegue esponendo il concetto di brahman senza attributi (Brahman nirguna), distinzione tra il Dio personale e l'Assoluto.

 

Il quarto continua identificando il Dio personale con Shiva, aspetto benevolo di Rudra. Vengono anche esposti i rapporti fra la materia (prakrti) e l'atman.

 

Nel quinto canto si torna sui temi del primo, discorrendo sulla relazione tra jiva e atman, dove il primo non è altro che il secondo velato dagli attributi (guna).

 

Conclude il sesto adhyaya con un'esposizione lodativa sulla grandezza e le facoltà del Dio unico.

 

Un aspetto rilevante della Svetasvatara Upanishad, è l'esposizione del concetto di shakti, ossia la potenza creativa del Dio, il suo aspetto immanente, la capacità di creare, distruggere e mutare gli elementi del cosmo e il cosmo stesso, un aspetto divino che sarà poi personalizzato in forma di divinità femminile, sposa del Dio, o Dea suprema. Il primo passo dove il termine shakti compare, è la terza strofa del primo canto.

 

«Coloro i quali si applicarono alla disciplina della meditazione [dhyāna-yoga] contemplarono la potenza del Sé del Dio [deva-ātma-śakti] celata dai propri attributi [guna], il quale Dio, egli solo, sovrasta a tutte le cause <sopra dette> comprese fra il tempo e il Sé.»

 

( Svetasvatara Upanishad I, 3 )

 

Si ha qui una prefigurazione assai esplicita della pluralità quale prodotto della potenza, shakti, dell'Assoluto: questa intuizione conoscerà il suo maggior sviluppo nell'indagine dei Tantra e, in particolar modo, in quella della scuola kashmira del Trica.

 

In questa Upanishad compare anche il termine bhakti, vocabolo che si può tradurre con “fede”, “devozione”, “abbandono amoroso”. E' il preannuncio di quel cambiamento di orizzonte devozionale che sfocerà nella teologia della bhakti: la Shvetashvatara, nell'immortalare il trascolorare del dio vedico Rudra nella figura divina di Shiva, esplicita per la prima volta le implicazioni soteriologiche del fiducioso abbandono dell'uomo al dio.

 

<< Colui il quale possiede la massima fede (bhakti) nel Dio, e come nel Dio così ha nel guru, per costui splendono le verità qui esposte, per costui il quale è un Grande Spirito. Om! Tat sat. Om! >>.

 

( Svetasvatara Upanishad VI, 23 )

 

Concludendo quindi, possiamo dire, che ciò che si evince dalla Svetasvatara Upanishad e che l'anima dell'individuo può liberarsi dall'infelicità unendosi con Dio, per mezzo dello yoga, della divina grazia e della devozione.