Filosofia e spiritualità

La millenaria conoscenza spirituale indiana

UPANISHAD MEDIEVALI

Naradaparivrajaka-Upanishad

Naradaparivrajaka (collegata all'Atharvaveda, genere "Samnyasa"). L'Upanishad tratta i temi "dell'insegnamento nella selva"; le "caratteristiche dalla virtù"; "la rinuncia"; il "dominio di sé".

 

<< Ed ecco che un tempo Narada, vanto dell'ordine degli asceti peregrinanti, vagava per tutti i mondi rendendo col suo solo sguardo puri i luoghi di pellegrinaggio che gli capitava per avventura di visitare: aveva ottenuto la purezza mentale, giacché era esente da animosità, sereno, libero dal richiamo dei sensi. Egli scorse la selva di Aimsa, ricettacolo di virtù, piena di asceti silenziosi dediti alla contemplazione del loro essere che avevano ottenuto la beatitudine che deriva dal controllo di sé. Ed egli vi entrò recitando storie su Hari, e salmodiandolo è in grado di in grado di generare la facella del distacco, nonché di instillare la devozione per il Signore negli esseri mobili ed immobili. Ed affascinò le schiere degli esseri ivi convenuti: uomini, cervi, centauri, dei, creature semi divine, ninfe celesti. Ed avendo scorto il devoto del Signore, Narada il nato da Brahma, Saunaka e gli altri sommi tra i veggenti, da ben dodici anni intenti ad officiare sacrifici solenni, abili della recitazione del verbo sacro rivelato, onniscienti, insuperabili nella pratica dell'ascesi, dotati della gnosi che conferisce il distacco, levatisi in piedi gli resero omaggio. Avendogli chiesto col dovuto rispetto di sedersi anch'essi si misero seduti e gli si rivolsero così: "O Signore, figlio di Brahma, quale sarà il mezzo atto a conferirci la salvezza? Esponicelo dunque". Così interpellato Narada disse loro: "Bisogna nascere da buona famiglia, e, sottopostisi ai quarantaquattro riti di consacrazione a partire dall'iniziazione, si dovrebbe studiare, sotto la guida di un maestro spirituale cui si sia devoti, la scienza sacra quale viene esposta dalla scuola cui si risulta affiliati. Compiuto in tal modo in capo a dodici anni lo studio di tutte le branche del sapere, ed avendo in tal periodo soddisfatto il desiderio di udire la parola sacra e rispettato il codice di condotta del novizio sacerdotale, improntato alla castità, per i venticinque anni successivi si dovrebbero seguire le norme che regolano il comportamento del capofamiglia. Per altri venticinque anni ci si dedichi alla regola di vita di chi si rifugia nella selva per cercarvi edificazione spirituale. Avendo così rettamente praticato nell'ordine prescritto la quadruplice regola del noviziato sacerdotale, la sestuplice vita del capofamiglia, e la quadruplice norma di chi prende rifugio nella selva, ed avendo adempiuto tutti i doveri che pervengono rispettivamente a questi stati, si abbracci la quadruplice via della rinuncia al mondo. Il rinunciante che ripudi il desiderio insieme ad ogni forma di azione, corporea, vocale o mentale, in quest'universo soggetto alla trasmigrazione, rigettando del pari le impressioni subconscie che spingono verso la brama di vivere, e sia privo di malizia e fornito altresì di quiete interiore e mansuetudine, indisturbato nella disciplina di vita dell'ordine ascetico che prende il suo nome dall'anatra selvatica che simboleggia ad un tempo l'Assoluto e il principio cosciente, abbandona la sua spoglia mortale nella contemplazione del modo proprio di essere del suo stesso Sé. Questi si libera, questi si libera: questo l'insegnamento che vi impartisco" >>.

 

( Naradaparivrajakopanishad, I )

 

<< Fermezza, pazienza, autocontrollo, la rinuncia ad appropriarci di ciò che non ci appartiene, purezza, padronanza dei sensi, pudore, dottrina, sincerità ed assenza d'ira sono le dieci caratteristiche della virtù>>.

 

( Naradaparivrajakopanishad III, 24 )

 

<< Chi non indugia a ricordare i piaceri trascorsi e non brama quelli di là da venire, né si rallegra per quelli presenti, dimora nello stadio di vita della rinuncia. Chi, pur essendo ancora unito al corpo, non si cura di piacere e dolore proprio come se il suo soffio vitale si fosse dipartito da lui, dimora nello stadio di vita della rinuncia. Un asceta dell'ordine supremo dovrebbe indossare un paio di pezze di stoffa a mo di perizoma, una veste cenciosa, e portar con sé un bastone. Null'altro è prescritto oltre a ciò. S'egli bramasse indossare altre vesti, certo dopo esser sprofondato in un terribile inferno sarebbe condannato a rinascere in grembo di un animale bruto >>.

 

( Naradaparivrajakopanishad III, 25-29 ) 

 

<< Colui il quale non si rallegra e non si affligge in seguito a sensazioni visive, acustiche, tattili, gustative o olfattive, ha conseguito la vittoria sui sensi >>.

 

( Naradarivrajalopanishad III, 38 ) 

 

FONTE

www.guruji.it