Filosofia e spiritualità

La salvazione indiana

Se guardiamo alla tradizione spirituale indiana, si può notare come essa non sia in attesa dell'avvento di nessun salvatore. All'infuori di qualche rara eccezione, la salvazione dell'uomo, dipende da lui medesimo, non c'è nessun intermediario che lo possa salvare. Si può obbiettare che i Buddha o quelle epifanie delle verità supreme, che le scuole visnuite chiamano avatara, aiutano l'uomo a liberarsi, ma ciò avviene solo indirettamente: per il fatto cioè che quelli insegnano la via della salvazione. Ma questa salvazione è opera dell'individuo, della sua capacità di rivivere in sé quegli insegnamenti. Non c'è nessuna grazia che possa modificare il corso del karma: fatalmente si raccoglie quel che si è seminato. Con ciò non vuol dire che la teoria della grazia sia sconosciuta in India: il Buddhismo del Grande Veicolo la conosce; l'Amidismo in Giappone è tutto incentrato nell'attesa della grazia divina, proiettata nella figura di Amitabha (Amida in giapponese); non altrimenti molte scuole visnuite persuadono ad un trepido abbandono nelle braccia della onnipotente misericordia della divinità. Ma ad eccezione di queste scuole particolari l'uomo, in India, per ritrovare in sé la scintilla divina deve affidarsi a se stesso. Egli deve trarre alla luce la suprema realtà nascosta in lui e ciò farà riconoscendola.

 

La verità è una conquista personale alla quale si giunge traverso un mistero: lunga e faticosa ascesa durante la quale ad uno ad uno debbono eliminarsi gli impedimenti, gli ostacoli, gli offuscamenti che nascondono quella verità sicché alla fine la luce ricercata albeggi; salvo alcune scuole particolari le quali ammettono l'opera della grazia, o il colpo (saktipata), Iddio non brilla mai nell'animo umano, se non insistentemente chiamato, quasi violentemente costretto.

 

Anzitutto desiderio di conoscenza è la frase abituale con cui cominciano tutti i trattati indiani; ma questa conoscenza non è, giova ripeterlo, conoscenza dialettica, logica, discorsiva: la conoscenza dialettica, logica, discorsiva, è un necessario mezzo che serve a costruire lo strumento con cui si lavora. La vera conoscenza, quella cioè che conduce alla consapevolezza di noi medesimi e ricostruire l'equilibrio perduto, è esperienza, perché la conoscenza cui non si adegui l'azione, è non un bene ma un male: quando il conoscere non trasformi la vita e non si realizzi in quella è causa di disarmonia.

 

FONTE

"TEORIA E PRATICA DEL MANDALA" di Giuseppe Tucci (Ubaldini Editore - Roma)