Filosofia e spiritualità

La millenaria conoscenza spirituale indiana

UPANISHAD VEDICHE

Prasna Upanishad

La Prasna Upanishad appartiene al ciclo dell'Atharvaveda. Prasna significa domanda, quesito, per cui l'Upanishad è quella delle domande. In questo testo troviamo degli asceti (Sukesa Bharadvaja, Saibhya Satyakama, Sauryayani Gargya, Kausalya Asvalayana, Bhargava Vaidarbhi e Kabandhi Katyayana), non pervenuti ancora alla realizzazione del Brahman supremo, che chiedono al Rsi Pippalada, l'insegnamento e i mezzi per raggiungere il supremo. Quindi l'Upanishad si articola in sei domande, poste dai discepoli e le altrettante risposte del Saggio Pippalada.

 

Nel primo quesito, Kabandhi Katyayana interroga Pippalada circa l'origine di tutte le creature.

Il rishi risponde che Prajapati, personificazione dell'Essere universale, anelando a una progenie, si immerge in meditazione e proietta progressivamente, la coppia-diade principale, formata da prana e rayi, il divoratore e il cibo, simbolicamente identificati con il Sole e la Luna. Non si tratta però, di principi contrapposti, bensì di gradi successivi, ovvero la Luna è compresa nel Sole. Colui che si manifesta in ogni forma, Agni, il principio Fuoco che tutto consuma trasforma e riassorbe. L'iter di reintegrazione è il seguente: il nutrimento-denso (adyam), dispensato dalla Luna, viene assorbito dal divoratore-sottile (atta), il Sole, e questo da Prajapati, ma sia il primo che il secondo costituiscono alimento per l'Unità causale da cui promanano.

Prajapati è anche il Tempo, ossia l'Anno, con i suoi due corsi, meridionale e settentrionale. I saggi che aspirano ad una discendenza imboccano quello meridionale o via degli Antenati. Esso consiste nel compiere sacrifici, rituali, atti meritori e caritatevoli, in conseguenza dei quali, dopo la morte, si raggiunge il mondo della Luna, da dove, esauriti i buoni frutti maturati, si ritorna nella condizione umana. Coloro i quali invece, imboccano il corso settentrionale o via degli Dei, raggiungono il mondo del Sole o mondo del Brahman, dal quale non c'è ritorno. Percorrono questa via quelli che trasmutano i riti in meditazione, trascendendo l'individualità e identificandosi in Prajapati, il Sé di tutto. Essa è preclusa ai non-conoscitori, poiché coloro che sono immersi nell'ignoranza sono bloccati dal Sole.

Il sutra 11 afferma che il Sole, possiede cinque piedi (stagioni), che ha dodici forme (mesi), che è ricolmo d'acqua, dato che attiva la formazione delle nubi e la produzione di pioggia, e che in esso è fissato tutto l'universo.

L'Upanishad continua affermando che Prajapati è il Mese, il Giorno, il prana, e la Notte, rayi. Prajapati è anche il cibo, dal quale proviene il seme, da cui procedono le creature.

 

Nel secondo quesito, Vaidarbhi Bhargava, chiede al Maestro quante siano le forme divine che sostengono la creatura vivente, quali tra loro risplendano del fulgore della propria grandezza e quale sia la più importante.

Pippalada risponde che le forme divine che sostengono il veicolo corporeo sono: lo spazio, l'aria, il fuoco, l'acqua, la terra, ovvero i cinque elementi costituenti il corpo fisico. In più vi è la parola, la mente, l'occhio e l'orecchio, ovvero gli organi di percezione.

Tutti questi deva sono però sorretti dal prana. Il prana come abbiamo visto, è Prajapati stesso, egli è il messaggero delle offerte agli Dei. Dunque il prana è l'Atman stesso che si manifesta pervadendo progressivamente le diverse dimensioni.

 

Nel terzo quesito, Kusalya Ashvalayana chiede dove ha origine il prana? In che modo entra nel corpo? E dopo essersi suddiviso, in che modo vi dimora? Attraverso che cosa ne fugge? In che modo sostiene l'esterno e in che modo il veicolo individuato?

Il Maestro risponde che il prana scaturisce dal Sé, dal supremo Purusha. Esso penetra nel corpo attraverso l'attività mentale. Riguardo al modo, il prana principale presiede all'attività di tutti gli altri organi, che sono sue modificazioni. A questo punto l'Upanishad dà indicazioni dettagliate sulla suddivisione del prana: apana, che controlla il flusso inferiore ed è collocato negli orifizi di escrezione e generazione; prana, che controlla il flusso superiore; samana, che controlla l'assimilazione e la distribuzione del nutrimento solido e liquido, riversandolo come un'offerta sacrificale nel fuoco corporeo, situato nello stomaco; vyana, che dalla regione del cuore si dirama attraverso centouno canali nervosi (nadi) primari, da cui se ne diramano altri settantaduemila, pervadendo la totalità della struttura sottile; udana, è il soffio vitale che scorre lungo la nadi verticale detta sushumna. Il prana corrisponde al sole, l'apana alla terra, il samana allo spazio, il vyana all'aria, l'udiana alla luce. Al momento della morte, quando la luce interna del soffio vitale sta per estinguersi, gli organi, e cioè i vari prana, vengono riassorbiti nella mente.

 

Nel quarto quesito, Sauryayani Gargya chiede al rishi Pippalada quali siano nell'essere umano gli organi che si addormentano, quali rimangono desti, e quale sia il deva che percepisce i sogni.

Pippalada risponde che, allo stesso modo in cui i raggi si riassorbono e riunificano nel sole quando questo tramonta e di nuovo se ne diffondono quando sorge il sole, così, nello stato di sogno con sogni, i sensi e i loro oggetti si riunificano nel deva che è la mente.

Sulla cittadella del corpo addormentato vigilano i fuochi dei cinque soffi vitali del prana. Il samana controlla l'inspirazione e l'espirazione. L'udana, il soffio viale ascendente, conduce la mente, che durante il sonno con sogni è sveglia, al Brahman, riassorbendola nello stato di sonno profondo senza sogni. Sebbene il passaggio attraverso i tre stati avvenga ugualmente per tutti gli uomini, soltanto il conoscitore lo vive consapevolmente.

 

Nel quinto quesito, Shaibya Satyakama chiede: “colui tra gli uomini, il quale meditasse intensamente sulla sillaba Om fino alla dipartita, quale mondo conseguirebbe?”

Il Maestro indica come la sillaba Om (composta da tre misure: A, U, M), sia lo stesso Brahman, conosciuto come supremo e non-supremo.

Se si medita sulla prima misura, A, i mantra del Rig Veda lo condurranno dopo la morte, al mondo degli uomini in condizioni spiritualmente favorevoli.

Se si medita sulla seconda, U, i mantra dello Yajur Veda lo innalzeranno al mondo della Luna, dal quale godutone lo splendore, tornerà al mondo umano.

Se si medita sulla terza, M, necessariamente costituita di tutte e tre le misure, i mantra del Sama Veda lo innalzeranno al mondo di Brahma.

 

Nel sesto quesito, l'ultimo, Sukesha Bharadvaja chiede al Maestro dove si trova il Purusa, quale posto occupa?

Allora Pippalada risponde che il Purusha risiede entro lo stesso corpo da cui provengono i sedici elementi (il prana, la fede, lo spazio, l'aria, il fuoco, l'acqua, la terra, gli organi, la mente, il cibo, il vigore, l'ascesi, i mantra, i riti, i mondi e il nome di ogni essere).

Tutti questi elementi si riassorbono nel Purusha. Da ciò si conclude che si deve conoscere quel Purusha e conoscendolo si è vinta la morte.

Pippalada ha così traghettato i suoi discepoli, che tramite i riti avevano conquistato il mondo di Brahma, al mondo del Brahman nirguna.

I sei discepoli, quindi, rendono omaggio al Maestro, prostrandosi ai suoi piedi ed offrendogli ghirlande.