Filosofia e spiritualità

La millenaria conoscenza spirituale indiana

UPANISHAD VEDICHE

Maitry Upanishad

<<Si cerchi con estremo impegno di purificare la mente che, invero, è il samsara stesso. Si diviene ciò che si pensa. Questo è l'eterno mistero>> .

 

<<Per gli uomini la mente è causa di schiavitù o di liberazione: quando è congiunta con gli oggetti porta alla schiavitù, quando è priva di oggetti è chiamata liberazione>>.

 

( Maitry Upanishad VI, 34, 3, 11 )

 

La Maitry Upanishad appartiene al Krsnayajurveda. Il nome è quello del saggio Maitri del quale riporta l'insegnamento in maniera indiretta.

Vero e proprio compendio di mistica, filosofia e metafisica realizzativa, conta sette capitoli, sotto forma di lezioni o dissertazioni.

Il nucleo centrale, che abbraccia gran parte dell'opera, è il dialogo tra il re Brhadratha e il saggio Sakayanya che gli espone la conoscenza del Brahman quale gli è stata trasmessa da Maitri.

Il primo verso di esordio ricorda la conversazione tra Naciketas e Yama nella Katha Upanishad. L'istruzione viene conferita attraverso un dialogo realizzato dal saggio Sakayanya al re Brhadratha, conscio della transitorietà individuale e dell'intero insieme universale.

Lungo il testo, egli pone al saggio tre interrogativi: che cosa è l'atman? Per quale causa e in che modo, se è assoluto, illimitato e incondizionato, si manifesta relativo, limitato e condizionato? Come risolvere tale stato di essere?

Quindi l'Upanishad espone l'insegnamento di Sakayanya sull'atman:

 

 Dunque, costui, il quale, senza il supporto (pranayama) della respirazione, ascendendo verso l'alto e muovendosi senza muoversi, dissipa l'oscurità, questi è l'atma”. Così affermò il beato Maitri. Invero, proprio così fu detto: “Colui il quale, perfettamente pacificato, innalzandosi da questo corpo, raggiunta la suprema luce, si rivela nella sua propria natura, questi è l'atma”, così disse, “egli è immortale e senza paura. Questo è il Brahman”.

 

( Maitry Upanishad II, 2 )

 

L'atman, pur muovendosi attraverso i piani, lo fa senza muoversi perché è solo presenza in tutti gli esseri e, in quanto Testimone, non partecipa del movimento dei guna.

Il Purusha, l'atman infinito, tramite un suo raggio riflesso penetra in ciascun singolo ente divenendo il “conoscitore del campo” di ogni individualità ed esprimendo le prerogative proprie della mente senza tuttavia venirne limitato in alcun modo. Si ha così un processo di capovolgimento della natura delle cose a opera della maya, per cui, pur non essendo vincolato alla individualità, il Purusha appare come privo di fondamento e agente, mentre in realtà è perfettamente fondato in se stesso e non agente.

La parte più consistente dell'Upanishad è poi dedicata ai differenti aspetti del Brahman, sui quali per meditare correttamente è necessario ricorrere alla sillaba Om, dando risalto alla meditazione e quindi alla pratica dello Yoga.

 

<<Così è la procedura per conseguire l'unione con Quello: controllo del respiro, ritiro dei sensi, meditazione, concentrazione, riflessione e contemplazione. Queste sei membra si dice che costituiscono lo Yoga. Quando, vedendo tramite tale Yoga scorge l'Agente dal colore dorato, il Signore, il Purusha, il Brahman quale fonte di tutto, allora il saggio, deponendo il merito e il demerito, unifica la totalità nel supremo Indefettibile. Così, infatti, è stato detto: “Come animali selvatici e uccelli non si rifugiano su una montagna in fiamme, ugualmente gli errori non albergano mai nei conoscitori del Brahman”>>.

 

( Maitry Upanishad VI, 18 )

  

<<Poi, altrove, è stato anche detto: “La nadi che va verso l'alto, che è chiamata shushumna e costituisce un canale di transito per il prana, si suddivide all'interno del palato. Attraverso essa, quando è congiunta con il prana, la sillaba om e la mente, il prana può fluire verso l'alto. Girando all'indietro la punta della lingua premuta contro il palato e distaccando i sensi, la grandezza scorga la Grandezza. Tramite ciò si raggiunge lo stato di assenza di atman (lo stato privo di mente). Essendo privo di mente, non si verifica la distinzione tra il piacere e il dolore, in quanto consegue la natura di assolutezza”. Così, infatti, è stato detto: “Avendo dapprima fissato il respiro, già posto sotto controllo, e avendo poi oltrepassato il limite, si congiunga infine con il Senza limite alla sommità del capo”>>.

 

( Maitry Upanisad VI, 21 )