Filosofia e spiritualità

La millenaria conoscenza spirituale indiana

UPANISHAD MEDIEVALI

Adhyatman-Upanishad

Adhyaatman (collegata al "Sukla Yajurveda", genere "Vedanta"). L'Upanishad ha come temi "inconsistenza del mondo"; "la distruzione delle impressioni latenti"; "la meditazione assidua"; "dalla meditazione all'incentramento dell'attenzione, nei suoi vari gradi", "il liberato in vita"; "il frutto delle azioni compiute nelle vite anteriori"; "l'Assoluto si rivela come il Sé"; "l'esperienza della liberazione".

 

<<Il saggio assorbito nella contemplazione dell'Assoluto dovrebbe bandire l'erronea sovrapposizione che lo porta a identificare l'io e il mio con il corpo e con i sensi, che sono ben diversi dal Sé. Riconosciutosi nelle vesti del Sé individuale, testimone impassibile della mente e di tutte le sue funzioni, il devoto dovrebbe pensare "io sono Quello", cessando di accettare l'idea che il Sé si trovi altrove...>>

 

( Adhyatmopanishad II, 1-2 )

 

<<La pratica che consiste nel considerare sempre ed ovunque ogni cosa nei termini dell'Assoluto, provoca la distruzione delle impressioni subconscie, ottenuta grazie alla forza del processo mentale di ideazione positiva. Non ci si deve permettere la minima negligenza nell'applicarsi alla meditazione devota sull'Assoluto: chi conosce l'Assoluto dà a una simile negligenza il nome di morte. Come il muschio rimosso dalle pareti di un pozzo vi ricompare in un attimo, così l'illusione cosmica è pronta ad ottenebrare anche il saggio se solo egli si distrae un momento>>.

 

( Adhyatmopanishad II, 13-15 )

 

<<Dal manifestatore divino Brahma giù giù sino al filo d'erba tutte queste sovrapposizioni erronee non son che vacuità: e dunque si deve finalmente giungere a percepire il proprio Sé come compiuto ed esistente in forza di sé solo. Il Sé è Brahma, il Sé è Vishnu, il Sé è Rudra, il Sé è Indra: tutto quest'universo è il Sé e non v'è nulla di altro del Sé>>.

 

( Adhyatmopanishad II, 19-20 )

 

<<Quando, grazie alla pratica congiunta dell'attento ascolto dell'insegnamento e della contemplazione, il senso della dottrina si manifesta al di fuori di ogni dubbio...si ha la meditazione assidua>>.

 

( Adhyatmopanishad II, 34 )

 

<<Si definisce incentramento dell'attenzione lo stato in cui, ripudiata la dicotomia tra colui che contempla e l'oggetto della contemplazione, gradatamente chi medita si fa tutt'uno con l'oggetto della sua meditazione, e rimane immoto come la fiammella di una lampada in un luogo non turbato da vento. Quando la coscienza è sotto il dominio del Sé, le funzioni della mente, che la turbano, non vengono neppure percepite: le si può solo inferire in base al ricordo, giacché esse sorgono in colui la cui mente è agitata. (...) E i migliori tra quanti conoscono lo yoga, chiamano un siffatto incentramento dell'attenzione "nuvola di virtù", giacché fa piovere a rovescio a miglialia le gocce del nettare l'immortalità del merito. Grazie ad esso miriadi di impressioni subconscie vanno distrutte senza lasciare traccia, e le conseguenze degli atti, che prendono il nome di meriti e demeriti, vengono eliminate alla radice. Il verbo che prima rimaneva non illuminato e invisibile, ora riplende come l'essere; e la luce della comprensione si rivela manifesta, come un frutto di mirabolano che stia sul palmo della mano. Quando le impressioni subconscie che nascono dai sensi cessano di prodursi, allora avviene il distacco. L'intelletto raggiunge il suo limite supremo quando l'idea dell'io viene meno. Quando poi le funzioni mentali che turbano la coscienza vengono distrutte, esse non sono più soggette a sorgere di nuovo: quello è il punto oltre il quale cessano le passioni. L'asceta che fruisce di una perfetta beatitudine, il cui sé si sia dissolto nell'Assoluto privo di forma ed esente da qualsivoglia attività, si definisce uno "di salda saggezza". E si dice sia saggio colui che si è purificato immergendosi nell'identità dell'Assoluto e del Sé...>>

 

( Adhyatmopanishad II, 35-44 )     

 

<<E' detto liberato in vita colui che non percepisce un io nel corpo o nei sensi, e non percepisce un altro da sé e l'Assoluto, né tra l'Assoluto e l'universo. E' riverito dai buoni ovvero disprezzato dai malvagi, e la sua equanimità rifulge intatta. Chi ha compreso la vera realtà dell'Assoluto non è più soggetto a rinascita. Se così fosse, significherebbe che la sua pretesa conoscenza dell'Assoluto è puramente esteriore>>.

 

( Adhyatmopanishad II, 45-48 )

 

<<Finché rimane affetto dalla percezione di sensazioni quali il piacere e simili, l'uomo è soggetto alle conseguenze di azioni accumulate anteriormente. L'atto precede invariabilmente il sorgere del frutto ad esso relativo, e non v'è luogo in cui si possa sfuggire all'azione. Tramite al comprensione espressa dalla formula "Io sono l'Assoluto" si distruggono azioni accumulate durante miliardi di nascite precedenti, a quel modo in cui al risveglio le azioni compiute in sogno svaniscono. Un asceta, riconosciutosi privo di attaccamento ed indifferente come lo spazio, non risulta per nulla afflitto da alcuna sua azione in alcun momento. Lo spazio associato ad un vaso non è neppure sfiorato dall'aroma di una sostanza inebriante che sia contenuta in esso: del pari il Sé, per essere associato e delle sovrapposizioni erronee, non è tocco dal merito che par derivarne. L'azione che ha cominciato a far mutare un frutto prima del sorgere della gnosi salvifica non può venir da essa distrutta. Non essendo ancora stato distribuito il frutto relativo, il caso si presenta simile a quello di una freccia scoccata verso il bersaglio, che non è più possibile richiamare indietro. Infatti un dardo scagliato contro un oggetto che si crede sia una tigre non si arresta solo perché troppo tardi ci si accorge trattarsi invece di un bovino, ma a causa della sua velocità trapassa con violenza il bersaglio. Quando si comprende che il proprio Sé è immune da vacchiaia e morte, come mai ci si potrebbe ingannare credendo in un'inesistente azione iniziata? L'azione iniziata giunge a compimento allorquando si consideri fermare il corpo come il Sé. Ma la concezione del corpo come il Sé non è affatto auspicabile, e dunque si dovrebbe abbandonarla con l'azione iniziata. Ed infatti attribuire l'azione intrapresa a questo corpo non è altro che una concezione erronea e fallace. Come potrà dirsi reale ciò che risulta erronemente sovrapposto a qualcos'altro? Come potrà venire in essere qualcosa che è privo di realtà? Come potrà essere distrutto ciò che non è mai nato? Come potrà esserci azione incompiuta per ciò che non è reale? La tradizione sacra parla di azione incompiuta solo in senso esteriore, per soddisfare il dubbio di quegli insipienti che pensano: "Se la conoscenza distrugge i risultati della nescienza dalle radici, come può mai esistere il corpo?"; non già per inculcare nei saggi la nozione dell'esistenza reale del corpo e simili>>.

 

( Adhyatmopanishad II, 49-60 )   

 

<<Pienamente compiuto, senza inizio e senza fine, insondabile dalla conoscenza, immutabile, ricolmo di essere, coscienza e beatitudine, imperituro, non oggetto a modificazioni, il principio cosciente individuale è indifferenziato, perfetto, infinito, il viso ovunque rivolto, irrefragabile e inalienabile, imprendicabile; privo di sostegno, di attributi qualificanti, di attività proprie; sottile, indubitabile, immacolato; il suo modo proprio di presentarsi è indeterminabile; impraticabile da parte della mente e della parola; sovrabbondante di realtà ontologica, di per sé perfetto, puro, illuminato, senza pari. Questo dunque è quell'Assoluto, uno e non duale>>.

 

( Adhyatmopanishad II, 61-64 )

 

<<Chi conosce se stesso tramite la propria percezione diretta, e percepisce il proprio Sé come un che di indiviso, quegli può dirsi perfettamente compiuto. Egli si trova perfettamente a suo agio, e vive con il principio vitale individuale immutabile che dimora nel suo stesso Sé. "Dove se n'è andato dunque il mondo, e donde era venuto fuori, e dove mai andrà a finire? Appena un attimo fa lo vedevo, ora non c'è più: che gran meraviglia! Che dovrei accettare, come sarebbe meglio rifiutare? Che c'è d'altro, di differente da me? In questo immenso oceano dell'Assoluto, ricolmo del nettare di una beatitudine indivisa, non riesco a scorgere, udire o conoscere alcunché. Rimango nel mio Sé, che si presenta come perpetua beatitudine, e sono dotato di caratteristiche proprie solo a me stesso. Privo d'attaccamento io sono, immune da ogni corpo, privo di attributi: Hari io sono! Acquietato, infinito, in me compiuto, Brahma l'antico di giorni io sono! Non soggetto d'azione e neppure oggetto, esente da mutamenti e imperituro io sono, ed appaio come pura luce intellettuale. Svincolato da qualsivoglia legame, Shiva l'eterno io sono!"

 

( Adhyatmopanishad II, 65-70 )

 

FONTE

www.guruji.it