Che cos'è lo yoga


Tantra

Tradizioni tantriche

Shiva
Shiva

Alcune fra le maggiori tradizioni che presentano elementi tantrici, contemplano quale divinità principale Shiva, l'erede del dio vedico Rudra, già oggetto di venerazione sin dai primi secoli della nostra era, e assurto poi a grande dio dell'Induismo. Per i devoti di Shiva, gli shivaiti o anche shaiva, Shiva è il Signore supremo che crea, mantiene e distrugge l'universo. Essi identificano Shiva con Ishvara (l'aspetto personale di Dio) e con la sua radice metafisica, ossia lo stesso Brahman (l'aspetto impersonale). In questa visione, è da Shiva che scaturiscono tutti gli altri Deva, suoi principi ed emanazioni. Benché caratterizzato da un forte senso della trascendenza, lo shivaismo è nel suo complesso un grande movimento devozionale, nel quale il Dio è venerato in molte forme e modi, e presso numerosi templi. Le forme principali di adorazione sono: Mahayogin, "Il grande yogin"; Nataraja, "Il Signore della danza"; il linga, il suo "segno"; come capofamiglia, marito di Parvati, padre di Ganesha e Skanda, e con il sacro toro Nandi al loro fianco. 

Ardhanarisvara
Ardhanarisvara

Numerose sono le tradizioni tantriche che invece prediligono il culto della Dea, che si presenta con nomi e caratteristiche differenti, a volte anche contrastanti fra loro. Abbiamo, come dee più importanti: Tripurasundari; Kali, che fa parte di un gruppo di dieci dee, le Mahavidya (le dee della Grande Conoscenza); Durga. Accanto a queste esistono comunque tantissime altre divinità secondarie, quali per esempio le Bhairavi e le Yogini.

 

Non sempre è possibile distinguere nettamente fra tradizioni tantriche shaiva (quelle che si rifanno a Shiva) e tradizioni shakta (quelle che si rifanno alla Dea: il termine deriva da Shakti, letteralmente "energia", e in senso lato Dea, perché nelle tradizioni tantriche shaiva la Dea è paredra del Dio e sua "energia" che opera nel mondo, suo aspetto immanente). Nel periodo Gupta (320 - 400 d.C.) cominciano a comparire statue dell'ardhanarisvara (il signore per metà donna). Negli inni di alcuni Nayanmar tamil, Shiva e Uma vengono identificati con prakrti e purusha del SamkhyaLe tradizioni shakta sono tipiche dell'India meridionale, e certo non erano caratteristica del mondo vedico. Queste tradizioni sono dunque molto probabilmente un'eredità delle popolazioni autoctone dell'India meridionale.

 

Nel buddhismo la dea plurima Tara finì per essere considerata un'energia femminile primordiale, a volte consorte di Avolokitesvara, e anche l'incarnazione della saggezza perfetta (Prajnaparamita). I concetti e le pratiche shakta iniziarono ad apparire all'interno di quella che prese il nome di variante Mantrayana o Mantranaya. I movimenti tantra successivi del buddhismo, Vajrayana, Kalacakrayana e Sahajayana, si svilupparono sotto la stessa influenza e la filosofia tantrica buddhista rivela chiaramente lo stesso tipo di apporto. Alcuni Tara stotra arrivano a definire la dea come la madre di tutti i Buddha: questo è shaktismo puro. Nel campo della pratica, riti e rituali shakta crescono di importanza. Il Guhyasamaja e il Manjusrimulakalpa (scuole di buddhismo tantra) introducono l'uso di mudra, mandala, kriya (riti), carya (doveri), consumo di carne e l'unione con donne come parte della pratica tantrica. Siamo di fronte a tratti tipicamente shakta, che hanno poco in comune con ciò che è sostenuto dal primo buddhismo.

 

Anche lo yoga quindi subì una trasformazione sotto l'influenza shakta. In alcune pratiche seguite da queste tradizioni gli adepti perseguono l'attivazione della kundalini, la shakti che risiede nel corpo umano presso il primo chakra, per condurla fino all'ultimo e conseguire così la liberazione. Si accede così a uno stato di beatitudine dove il tutto viene percepito come uno, trascendendo così il cosmo, la mente, lo spazio e il tempo. 

Natha

Matsyendranath
Matsyendranath

Una tradizione shaiva, importante per lo Yoga, è quella dei Natha. A loro si deve l'introduzione nel mondo tantrico dello Hatha Yoga, appunto il sistema che contempla posture (asana) e pratiche di purificazione del corpo. Oggi questa tradizione è rappresentata dai Kanpatha.

 

La parola sanscrita Natha è il nome proprio di un indù della tradizione iniziatica e la parola stessa significa letteralmente "signore, protettore, rifugio". Il relativo termine Adi Natha significa primo Signore o originale, ed è quindi sinonimo di Shiva, Mahadeva, o Maheshvara, cioè la Realtà Suprema e Assoluta come base di supporto di tutti gli aspetti e manifestazioni della coscienza.

 

La tradizione Natha è una tradizione eterodossa siddha che contiene molte sotto-sette. E' stata fondata da Matsyendranath e ulteriormente sviluppata da Gorakshanath. Questi due individui sono venerati anche nel Buddismo tibetano come Mahasiddha e sono accreditati di grande potenza e perfezionamento spirituale.

 

La mitologia sull'origine degli insegnamenti Natha è che Matsyendranath, da bambino, fu gettato nell'oceano indiano a causa della sua nascita in corrispondenza di congiunture astrali infauste. Venne così inghiottito da un pesce gigante, all'interno del quale sopravvisse e dove udì per caso gli insegnamenti yoga di Shiva alla moglie Parvati, che risiedevano in fondo all'oceano. Dopo 12 anni, Matsyendranath uscì dalla pancia del pesce come un maestro illuminato.

 

I due discepoli più importanti di Matsyendranath furono Caurangi e Gorakshanath. Quest'ultimo divenne sempre più influente fra gli antichi Natha, noto anche per aver scritto i primi testi di Laya yoga e l'innalzamento della kundalini-shakti.

 

HATHA YOGA

 

Nell'Hatha Yoga (yoga della forza), si privilegia il lavoro fisico, come visione del macrocosmo all'interno del nostro corpo (microcosmo). Hatha è un sostantivo che significa <<violenza>>, <<forza>>, e realmente intessuta di forza è la struttura dello Yoga; si rammenti quale sforzo è necessario per assumere e mantenere determinate posizioni. La tensione, lo sforzo, non sono fatti marginali, bensì centrali nella pratica dello Hatha-Yoga. La tensione dinamica presente nella posizione yoghica e le contrazioni che interessano varie parti del corpo interferiscono con determinati parametri della fisiologia ordinaria e di quella sopracorporea, creando così le condizioni indispensabili affinché avvenga quel passaggio di condizione, di stato, che è il fine ultimo dello Yoga.

 

Secondo la tradizione indiana, infatti, con il corpo concreto, tangibile e visibile, <<grosso>> (sthula-sharira), che nasce, invecchia e muore, veglia e dorme, si nutre, soffre e provoca piacere, coesiste un corpo <<sottile>> (linga-sharira), il quale, invisibile e intangibile, è presente in un diverso livello di realtà. E' su questo corpo sottile che opera lo Hatha-Yoga, e ogni operazione yoghica che si compie ha una precisa risonanza su di esso. Le nuove corrispondenze tra posture e riflessi psicofisici che venivano via via scoperte, andavano ad accrescere il patrimonio culturale dei maestri dello Yoga. 

 

L'Hatha Yoga, comprende cinque stadi: gli shatkarma (purificazione del corpo), asana (posizioni), pranayama (controllo del respiro), mudra (gesti) e bandha (contrazioni, chiusure). Uno dei testi più importanti dell'Hatha Yoga è l'Hatha Yoga Pradipika di Swami Swatmarana, nel quale suggerisce di introdurre autocontrollo e disciplina, solo quando la mente è resa stabile dal lavoro sul corpo. Tuttavia questa disciplina, se da un lato possiede una sua morfologia ben definita, dall'altro trascolora ai bordi, per dir così, in altre forme di Yoga. Mudra e bandha, per esempio, sono cerniere tra lo hatha e il kundalini-yoga. Infatti, come ben è illustrato nel testo della Hatha-yoga-pradipika, particolari contrazioni di determinate parti del corpo, quali l'ano e la regione ombelicale, sono in grado di stimolare Kundalini addormentata e giocano quindi un ruolo essenziale nel suo risveglio.

 

Il Raja-Yoga, poi, ha molto in comune con lo hatha ed è a esso saldamente intrecciato. Proprio nel verso d'apertura dell'Hatha-yoga-pradipika si afferma che lo Hatha-Yoga è la scala per coloro che vogliono ascendere ai vertici del Raja-Yoga; poi in modo ancor più esplicito si dichiara che lo hatha e il laya-yoga non sono che mezzi per ottenere il Raja-Yoga; in un altro passo, però, si aggiunge anche che non si può ottenere il raja senza lo Hatha-Yoga, né lo hatha senza il Raja-Yoga. In definitiva, è estremamente difficile la comprensione dell'uno senza la conoscenza dell'altro.

 

La plurisecolare evoluzione di questa disciplina si riflette in un canone aperto, in una tradizione flessibile, della quale vengono a far parte le più efficaci tra le nuove pratiche sperimentate che, a loro volta, ottengono lustro e ufficiale riconoscimento dall'essere comprese nei testi. La tradizione dello Hatha-Yoga è, in particolare, quella che ci è giunta attraverso i testi della dottrina dei Natha o Kanphata-yogin, i quali ci forniscono varie liste di maestri che <<da bocca a orecchio>> hanno tramandato l'insegnamento.

 

LA LETTERATURA NATHA:

 

Goraksha Sataka. L'opera, "la centuria di Goraksha", attribuita a Gorakshanath, viene fatta risalire al XII - XIII secolo. Nel testo, fondamentale per i Natha yogin, sono descritti, in 101 versi, i punti salienti della discliplina.

 

Hatha Yoga Pradipika.  L'opera, la "Lucerna dello Hatha Yoga", viene di solito fatta risalire al XV secolo circa. L'autore è tale Cintamani, che assume il nome di Svatmarama quando divenne uno yogin. Molte strofe sono tratte dallo Sataka. La Hatha Yoga Pradipika viene anche considerata un'opera che riconcilia lo Hatha Yoga e lo yoga di Patanjali (Raja Yoga).

 

Gheranda Samhita. Dal sanscrito significa "La raccolta di Gheranda", è un testo ad opera di Gheranda e del suo discepolo Chandakapali datato tra il XVI e XVII secolo. La Gheranda Samhita è più breve della Hatha Yoga Pradipika e trae da essa parte del contenuto. In generale, rispetto alla Hatha Yoga Pradipika, dà maggior rilievo alla salute e all'igiene personale. Questa notissima opera che ha visto la luce diversi secoli fa grazie al saggio Gheranda, è un trattato di Hatha Yoga che espone in forma graduale, tutte le tecniche dello Hatha Yoga fino alle diverse forme di Samadhi.

 

Shiva Samhita. Dal sanscrito significa "La raccolta di Shiva", è un testo del XVIII secolo di cui non si conosce l'autore. L'opera è considerata la più completa dal punto di vista filosofico, ha un orientamento vedanta, cerca cioè di spiegare lo Hatha Yoga in termini accettabili dalla tradizione brahmanica ortodossa. I primi Natha furono considerati dai brahmani dei fuori casta e la loro dottrina eterodossa, dato i legami con il Buddhismo, anche se durante il XVI secolo furono gradualmente assorbiti dall'ortodossia e la loro dottrina rivista. La Shiva Samhita è la prima ad affrontare il concetto che chiunque può praticare yoga e ottenere benefici. Le basi dottrinali dell'opera poggiano sul Samkhya, sullo Yoga e sul Tantrismo, ma risentono pure l'influsso del Buddhismo e del Vedanta, influsso evidente già nel primo verso, in cui si definisce il jnana (conoscenza) come unica realtà, connotandolo anche con l'aggettivo shunya, che nel Buddhismo indica la sola realtà, il vuoto. 

FONTI

www.wikipedia.org

www.gorakhnath.net

"Il Pensiero Yoga" di Peter Connolly (EDIZIONI RED)

"LA LUCERNA DELLO HATHA-YOGA (Hathayoga-pradipika)" a cura di Giuseppe Spera (magnanelli)

"Asana Pranayama Mudra Bandha" di Swami Satyananda Saraswati (Edizioni Satyananda Ashram Italia)