Che cos'è lo yoga


Tantra

Tantra, termine sanscrito: "telaio", "ordito"; ma tradotto anche come "principio", "essenza", "sistema", "dottrina", "tecnica", per indicare sia un insieme di testi dalla non univoca classificazione, sia un controverso insieme di insegnamenti spirituali e tradizioni esoteriche originatesi nelle culture religiose indiane con varianti induiste, buddhiste, giainiste e bonpo, con diramazioni diffuse in Tibet, Cina, Corea, Giappone, Indonesia e molte altre aree dell'Estremo Oriente. In quest'ultima eccezione, di questo insieme di tradizioni e culture è spesso adoperato come sinonimo anche il termine occidentale di tantrismo.

 

A proposito di questo termine, "tantrismo", occorre subito chiarire due aspetti fondamentali per la comprensione dell'intero fenomeno. Il primo è che il termine è del tutto sconosciuto alla tradizione classica indiana, non esiste in sanscrito. Esso fu infatti cognato in occidente nel XX secolo da studiosi occidentali del mondo religioso indiano. Invero, già dal secolo precedente gli orientalisti avevano individuato nel mondo hindu un insieme di fenomeni, culti e ideologie, che non riuscivano a rapportare al brahmanesimo, all'induismo classico fondato sui Veda e sulle Upanishad. Essi riscontravano queste teorie e pratiche in testi che in buona parte adoperavano come suffisso il termine "tantra". Di qui i termini "tantrismo", "tantrico" e "tantra" nel senso di religione o setta religiosa.

 

Il secondo aspetto è strettamente connesso col precedente: il termine "tantrismo" finì per indicare e caratterizzare un insieme di pratiche e credi ritenuti sostanzialmente differenti e scollegati da ciò che era noto delle religioni dell'India, conoscenze per lo più teoriche, fondate sullo studio dei testi. Come si è detto, esiste tutta una letteratura indiana, i Tantra, i cui testi in buona parte adoperano il suffisso "tantra": in queste opere si definisce tantrika il praticante, colui cioè che segue il percorso spirituale descritto nei testi. Il termine è poi spesso adoperato, sempre nella letteratura indiana, in opposizione a vaidika, colui che segue i Veda.


Bhairava e Kali
Bhairava e Kali

Gli argomenti trattati spaziano enormemente, dalla cosmologia all'alchimia, dalle regole di vita quotidiane ai riti esoterici, dall'architettura sacra, all'iconografia e alla ritualistica. La tradizione vuole che siano 92 i Tantra rivelati da Shiva: 28 Agama e 64 Bhairava Tantra.

 

Accanto a questi Shaiva Tantra occorre poi aggiungere gli Shakta Tantra, per le tradizioni religiose che invece considerano la Dea quale divinità principale; e molti altri insiemi di Tantra che fanno parte di tradizioni minori.

 

Questi testi, essendo stati trasmessi oralmente prima di darne testimonianza scritta, rende impossibile fornire una datazione certa dell'origine. Il Tantra più antico a noi pervenuto, il Nihshvasatattva-samhita dello Shaivasiddhanta, è datato dagli studiosi intorno al V-VI secolo.

 

Nel suo fondamentale Tantraloka, Abhinavagupta, scrive che, in un'epoca remota, il saggio Durvaas fu incaricato da Shiva medesimo di riassumere e diffondere il suo insegnamento. Il saggio affidò questo compito ai suoi tre figli spirituali: Amardaka, Shrinatha e Tryambaka, i quali enunciarono così la dottrina shivaita in tre forme distinte: dualista (dvaita), dualista e non-dualista insieme (dvaitadvaita), non-dualista (advaita). Il corpus delle opere che furono scritte è, secondo la tradizione, quello attualmente noto come Tantra.

 

I 92 testi scritti dai figli di Durvaas sono stati elencati da uno dei commentatori di Abhinavagupta, Jayaratha, nel Tantralokavarttika. I primi 28 testi, quelli delle dottrine dualista (in numero di 10) e dualista/non-dualista (in numero di 18), sono detti anche Agama (termine che significa tramandato, a indicare un'origine divina) e appartengono alla scuola Shaivasiddhanta, o Shaiva, dal Kamika al Saurabheya. Accanto ai primi 28 Tantra (gli Agama dello Shaivasiddhanta) si sono successivamente aggiunti altri testi, in genere dei commenti, considerati anch'essi Agama (in numero imprecisato, ma comunque superiore a duecento): per distinguerli si usa generalmente il termine Mulagama (Agama principali) per indicare i primi, e Upagama (Agama secondari) per indicare il secondo gruppo.

 

Gli altri 64, i Tantra non dualistici, hanno dato seguito a più di una scuola esegetica, ciascuna coi propri testi e i propri maestri, fra le quali è notevole lo shivaismo kashmiro. Fra i Tantra della scuola non dualista, sono da citare lo Rudrayamala, il Vijnanabhairava, il Tantrasadbhava, lo Brahmayamala e lo Svacchanda. I 64 Tantra di Bhairava sono detti anche appartenere al Mantrapitha, per distinguerli da altri testi appartenenti al Vidyapitha. In questi ultimi è dominante il culto della forma femminile del divino, Devi, presente in numerose personificazioni. Questo ulteriore gruppo di Tantra è perciò detto anche Shakti-Tantra, mentre il precedente Yamala-Tantra (yamala significa "coppia", con riferimento all'unione dei principi maschile e femminile, indicata, e raffigurata, come Shiva-Shakti). Shakti è il termine che significa "energia", e si riferisce a uno degli aspetti di Dio, quello creativo e immanente; la shakti è poi personificata sotto forma di dea divenendo quindi Shakti, ed è rappresentata sotto varie forme a secondo degli aspetti che si vogliono mettere in evidenza. Nella letteratura critica moderna si usa spesso definire Tantra soltanto questi testi della dottrina non dualista, lasciando invece il termine Agama per gli altri.

 

Un'altra tradizione vuole altresì che i 10 Agama della scuola dvaita siano stati comunicati da Sadashiva, Shiva l'eterno, uno degli aspetti del Dio; i 18 della scuola dvaitadvaita da Rudra, lo Shiva del periodo vedico; i 64 Tantra della scuola advaita (i Tantra non dualisti) da Bhairava, l'aspetto terrifico di Shiva. Questo fa sì che spesso i testi relativi siano anche identificati con riferimento a queste divinità. 

 

Alla luce di quanto visto fin ora, la suddivisione tra Tantra dualisti o non dualisti non sembra sempre coerente, esistendo testi di dubbia appartenenza, come per esempio il Supradheba che non sembra affatto dualistico, pur essendo incluso negli Agama dvaita. 

 

Un'ulteriore classificazione è quella in base all'ortodossia delle pratiche rituali descritte nei testi, cioè al loro rispetto della dottrina brahmanica o meno. I testi, e i riti, della scuola Shaivasiddhanta sono detti di "destra" (daksina), perché ritenuti ortodossi; in genere sono detti di "sinistra" (vama) tutti gli altri, con particolare riferimento agli Shakti-Tantra.

 

Con riferimento agli attuali principali culti dell'Induismo, i Tantra vengono anche classificati come appartenenti allo ShivaismoShaktismo e Visnuismo. Dei primi due gruppi si è già accennato, mentre la letteratura tantrica visnuita è sostanzialmente quella del Pancaratra, e i relativi testi sono anche detti Pancaratra-Tantra (o Pancaratra-Agama), con dottrine abbastanza vicine all'ortodossia brahmanica. Fanno parte di questo corpus per esempio: il Pauskara, il Satvata, il Laksmi-Tantra.

 

Oltre i culti principali esistono anche culti secondari o comunque testi tantrici che non rientrano in quelli. Ne sono un esempio i cosiddetti Tantra "solari", i Saura-Tantra, nei quali la divinità principale è Surya, il dio Sole (ad esempio la Saura-samitha); o i Ganapatya-Tantra, la cui divinità principale è Ganesha; o i Garuda-Tantra, dedicati a Garuda.

 

Va infine precisato che tutte queste opere appartengono alla letteratura indiana in sanscrito. Oltre questi esistono testi tantrici in lingua come il bengali e il tamil, alcuni dei quali hanno un peso rilevante nelle tradizioni locali.

 

Un concetto comune a tutti i Tantra è la divinità del corpo, nel quale sono contenuti l'intera gerarchia cosmica e la polarità fra la parte maschile e femminile della divinità. L'unione di tali principi è il fine dell'adepto dei Tantra. Tale percorso parte dalla purificazione del corpo, cui segue l'identificazione di un nuovo corpo divino per mezzo di pratiche specifiche (recitazione dei mantra e visualizzazione interiore), e termina col culto esteriore, la puja.

Tradizioni tantriche

Shiva
Shiva

Alcune fra le maggiori tradizioni che presentano elementi tantrici sono: Aghora, Alvar, Baul, Gaudiya, Kalamukha, Kalikula, Kanpatha, Kapalika, Kula, Krama, Lakula, Lingayat, Natha, Nayanar, Pancaratra, Pasupata, Sahajiya, Shaivasiddhanta, Shrividya, Trika. 

 

Buona parte di esse contemplano quale divinità principale Shiva, l'erede del dio vedico Rudra, già oggetto di venerazione sin dai primi secoli della nostra era, e assurto poi a grande dio dell'Induismo. Per i devoti di Shiva, gli shivaiti o anche shaiva, Shiva è il Signore supremo che crea, mantiene e distrugge l'universo. Essi identificano Shiva con Ishvara (l'aspetto personale di Dio) e con la sua radice metafisica, ossia lo stesso Brahman (l'aspetto impersonale). In questa visione, è da Shiva che scaturiscono tutti gli altri Deva, suoi principi ed emanazioni. Benché caratterizzato da un forte senso della trascendenza, lo shivaismo è nel suo complesso un grande movimento devozionale, nel quale il Dio è venerato in molte forme e modi, e presso numerosi templi. Le forme principali di adorazione sono: Mahayogin, "Il grande yogin"; Nataraja, "Il Signore della danza"; il linga, il suo "segno"; come capofamiglia, marito di Parvati, padre di Ganesha e Skanda, e con il sacro toro Nandi al loro fianco. Una tradizione shaiva, importante per lo Yoga, è quella dei Natha. A loro si deve l'introduzione nel mondo tantrico dello Hatha Yoga, appunto il sistema che contempla posture (asana) e pratiche di purificazione del corpo. Oggi questa tradizione è rappresentata dai Kanpatha.

 

All'interno dello shivaismo occorre poi fare distinzione fra dottrine dualiste e dottrine moniste. Fra le dottrine dualiste, lo Shaivasiddhanta è quella più nota e diffusa, attualmente soprattutto nel sud dell'India. Secondo la teologia dello Shaivasiddhanta il Signore (pati) e le singole anime (pashu) sono eternamente distinte. Il Signore, nella forma di Sadashiva, causa efficiente dell'universo, compie le cinque azioni fondamentali: emana l'universo, lo conserva, lo riassorbe, si cela e si rivela per mezzo della grazia. Il fine soteriologico è la liberazione, intesa come liberazione dal ciclo delle reincarnazioni. Per gli adepti dello Shaivasiddhanta, la liberazione avviene soltanto con la morte, con la quale l'anima acquista uno stato superiore, ma pur sempre ontologicamente distinto da Shiva, sempre che in vita si sia stati religiosi devoti e rispettosi. Una serie di iniziazioni e riti periodici consentono all'adepto (sadhaka) di seguire questo percorso. Da notare che la via è riservata soltanto agli uomini, le donne vi accedono indirettamente, attraverso il proprio marito. La bhakti ("devozione") del religioso è caratterizzata da un accentuato trasporto amoroso verso Dio e da una condotta sociale che vede al primo posto l'aspetto devozionale e ritualistico.

 

La dottrina monista, è invece, principalmente quella dello shivaismo kashmiro, insieme di movimenti dalle spiccate caratteristiche tantriche, sviluppatosi verso gli ultimi secoli del I millennio e che si è evoluto in quattro scuole fondamentali: Trika, Krama, Spanda e Pratyabhijna. Tutte queste scuole sono moniste: Shiva è il Signore assoluto (Parameshvara o Maheshvara); e l'assoluto, l'universo e i singoli individui, sono identici, nel senso che tutto è manifestazione di Dio, Shiva, sua emanazione. Shiva Parameshvara è pura coscienza, e il fine soteriologico delle scuole, la liberazione (moksha), è il "ricongiungimento" della propria coscienza, con quella universale, cioè il "riconoscimento" della propria natura, diventando un liberato in vita (jivanmukti).

 

Fra le varie scuole sussistono alcune differenze di interpretazione e soprattutto differenti pratiche. Molte tradizioni hanno come riferimento spirituale l'identificazione con Bhairava. Bhairava (il Tremendo) è ipostasi aggressiva e terrificante di Shiva, considerato, in alcune di queste tradizioni, la forma divina dell'Assoluto. Bhairava indica quel potere che distrugge la nescienza, conduce dal microcosmo al macrocosmo, dall'individuo al divino.

 

Il ricongiungimento con l'Assoluto, e il riconoscimento della propria natura come essenzialmente divina, è l'elemento comune, il fine di tutte queste tradizioni.

Visnu
Visnu

In ambito vaisnava e quindi legate al culto di Visnu, troviamo essenzialmente le tradizioni del Pancaratra e del Sahajiya.

 

Il Pancaratra, alla cui base vi è una vasta letteratura, è molto vicino all'ortodossia brahmanica e tuttora vivo in India. I seguaci sono devoti al dio Narayana, assimilato a Visnu e adorato anche col nome di Vasudeva. La sua paredra è Maya, adorata anche con il nome di Laksmi, dea benigna considerata dispensatrice di fortuna e benessere. Da Maya è considerata emanata la natura, prakrti, secondo una visione filosofica che è molto prossima a quella del Samkhya. Per il resto i seguaci adottano riti ortodossi e utilizzano i mantra e lo yoga come mezzi per la liberazione.

 

I Baul, tradizione ancora attiva nel Bengala, hanno raccolto l'eredità dei Sahajiya, setta estinta, devoti alla coppia di dei Krsna e Radha, e praticano, fra altri culti devozionali, l'unione sessuale ritualizzata come mezzo per il raggiungimento della liberazione.

Ardhanarisvara
Ardhanarisvara

Altrettanto numerose sono le tradizioni tantriche che invece prediligono il culto della Dea, che si presenta con nomi e caratteristiche differenti, a volte anche contrastanti fra loro. Abbiamo, come dee più importanti: Tripurasundari; Kali, che fa parte di un gruppo di dieci dee, le Mahavidya (le dee della Grande Conoscenza); Durga. Accanto a queste esistono comunque tantissime altre divinità secondarie, quali per esempio le Bhairavi e le Yogini.

 

Non sempre è possibile distinguere nettamente fra tradizioni tantriche shaiva (quelle che si rifanno a Shiva) e tradizioni shakta (quelle che si rifanno alla Dea: il termine deriva da Shakti, letteralmente "energia", e in senso lato Dea, perché nelle tradizioni tantriche shaiva la Dea è paredra del Dio e sua "energia" che opera nel mondo, suo aspetto immanente). Le tradizioni shakta sono tipiche dell'India meridionale, e certo non erano caratteristica del mondo vedico. Queste tradizioni sono dunque molto probabilmente un'eredità delle popolazioni autoctone dell'India meridionale. 

 

Nelle tradizioni shakta la Dea, energia (shakti) creatrice di ogni cosa e animatrice di ogni aspetto nel mondo, è adorata, nelle sue numerose forme, quale Essere supremo. Secondo un modo di dire comune presso i devoti della Dea, Shiva senza Shakti è shava, termine che sta per "cadavere". Alla Dea sono infatti assegnati sia l'aspetto puramente trascendentale sia quello immanente.  

 

Lo shaktismo è essenzialmente uno sviluppo di epoca medievale. Ha radici, però, molto più antiche. Il Mahabharata contiene vari passaggi da cui si deduce che molte delle popolazioni tribali in seguito assorbite dalla cultura indiana dominante adoravano dee. Uma, consorte di Shiva, viene definita una donna kirata. Il termine "kirata" viene usato in riferimento a una popolazione himalayana in particolare e a popolazioni tribali in genere. Di una dea, che risiede nei monti Vindhya, si dice che fosse golosa di vino e carne (sidhumamsapasupriya) e il consumo dei due alimenti è parte integrante di molti rituali tantrici. Altri testi parlano di varie divinità femminili che finirono per diventare aspetti o epiteti della grande dea dei Purana e dello shaktismo. 

 

Nel buddhismo la dea plurima Tara finì per essere considerata un'energia femminile primordiale, a volte consorte di Avolokitesvara, e anche l'incarnazione della saggezza perfetta (Prajnaparamita). I concetti e le pratiche shakta iniziarono ad apparire all'interno di quella che prese il nome di variante Mantrayana o Mantranaya. I movimenti tantra successivi del buddhismo, Vajrayana, Kalacakrayana e Sahajayana, si svilupparono sotto la stessa influenza e la filosofia tantrica buddhista rivela chiaramente lo stesso tipo di apporto. Alcuni Tara stotra arrivano a definire la dea come la madre di tutti i Buddha: questo è shaktismo puro. Nel campo della pratica, riti e rituali shakta crescono di importanza. Il Guhyasamaja e il Manjusrimulakalpa (scuole di buddhismo tantra) introducono l'uso di mudra, mandala, kriya (riti), carya (doveri), consumo di carne e l'unione con donne come parte della pratica tantrica. Siamo di fronte a tratti tipicamente shakta, che hanno poco in comune con ciò che è sostenuto dal primo buddhismo.

 

Nel vaishnavismo Sri Lakshmi e Sarasvati, in origine senza nessun particolare legame con Vishnu, diventarono sue consorti e parti integranti del suo essere, la sua shakti (potere).

 

Nel periodo Gupta (320 - 400 d.C.) cominciano a comparire statue dell'ardhanarisvara (il signore per metà donna). Negli inni di alcuni Nayanmar tamil, Shiva e Uma vengono identificati con prakrti e purusha del Samkhya

 

Nell'ambito della tradizione indù vengono composti purana che esaltano la dea, come il Devi, il Kalika, il Devibhagavata, e vengono individuati 108 siti sacri alla dea.

 

Anche lo yoga quindi subì una trasformazione sotto l'influenza shakta. In alcune pratiche seguite da queste tradizioni gli adepti perseguono l'attivazione della kundalini, la shakti che risiede nel corpo umano presso il primo chakra, per condurla fino all'ultimo e conseguire così la liberazione. Si accede così a uno stato di beatitudine dove il tutto viene percepito come uno, trascendendo così il cosmo, la mente, lo spazio e il tempo. 

Kundalini

Il nome Kundalini deriverebbe da kundali, generalmente tradotto con "ricurva", o anche con "attorcigliata", quindi dallo stato in cui normalmente si trova questa energia; "dormiente", "addormentata", "quiescente", "inattiva", "sopita", "inconscia": sono questi i termini che generalmente si trovano in letteratura per riferirsi ad essa. Il termine è adoperato originariamente in alcuni testi delle tradizioni religiose dello shivaismo kashmiro per indicare quell'aspetto della Shakti presente nel corpo umano, l'energia divina che si ritiene risiedere in forma quiescente in ogni individuo. Sebbene la nozione di un corrispettivo dell'energia divina nel corpo umano e delle pratiche relative per gestirla si trovi già espressa e discussa in alcuni testi del corpus dei Bhairava tantra, quali a esempio il Netra Tantra, il Kubjikamata Tantra e il Vijnanabhairava Tantra, sembra che la prima menzione del termine compaia nel Tantrasadbhava, altro testo del medesimo corpus, risalente all'VIII secolo circa:

 

<<Questa potenza è chiamata suprema, sottile, trascende ogni norma di comportamento. Avvolta intorno al punto luminoso del cuore, all'interno giace nel sonno, o Beata, in forma di serpente addormentato e non ha coscienza di nulla, o Uma. Questa Dea, dopo aver immesso nel grembo i quattordici mondi insieme con la luna il sole i pianeti, cade in uno stato di obnubilamento come di chi è offuscato dal veleno. E' risvegliata dalla suprema risonanza naturale di conoscenza, è scossa, o Eccellente, da bindu che sta nel suo grembo. Si produce infatti uno scuotimento nel corpo della Potenza con un impetuoso moto a spirale. Dalla penetrazione nascono per prima i punti splendenti di energia. Una volta levata Essa è la Forza sottile, Kundalini>>.

 

( Tantrasadbhava )

 

Il riferimento al serpente come immagine simbolica della kundalini rende bene l'idea di qualcosa che normalmente è in stato di riposo, arrotolato su sé stesso come il serpente giace fintanto che non venga stimolato o non si muova in cerca di cibo. Molte sono le tecniche che consentono il risveglio della kundalini a la sua risalita lungo la sushumna. Ne fa una dettagliata esposizione Abhinavagupta nel suo Tantraloka, vasto trattato sul mondo del tantra (X secolo circa). Ecco come il filosofo descrive la risalita dell'energia:

 

<<Quando non emette, la kundalini assume la forma di pura energia quiescente (shaktikundalini). In seguito diventa energia vitale o del soffio (pranakundalini). Anche giunta al punto estremo dell'emissione, essa rimane la kundalini suprema, chiamata brahman supremo, firmamento di Shiva e sede del Sé. I movimenti alterni di emanazione e riassorbimento non sono che l'emissione del Signore>>.

 

In un testo precedente (IX secolo circa), il Vijnanabhairava Tantra ("Conoscenza del Tremendo"), è presentato concisamente un compendio di tecniche yogiche, di uso del controllo della respirazione per il risveglio della kundalini. Come accennato, nelle tradizioni tantriche la liberazione dal ciclo delle rinascite è vista come il "risveglio" di Kundalini seguito dalla relativa ascesa (shat chakra bedhana) nel corpo sottile fino all'ultimo chakra, dove stabilmente deve permanere in unione con Shiva. In questo stadio l'adepto ha definitivamente abbandonato il suo ego individuale (ahmakara) per identificarsi col Soggetto universale (aham).

 

Questo percorso è vissuto dall'adepto come "attivazione", "apertura" dei chakra interessati, che ordinariamente si trovano "inattivi", come "chiusi". Il simbolismo dei fiori di loto illustra bene questo meccanismo: i petali si dischiudono al passaggio di Kundalini e successivamente si richiudono, col risultato però di aver cambiato di stato. Kundalini stessa subisce cambiamenti di stato: in alcuni testi si preferisce distinguere tre aspetti: shaktikundalini ("energia arrotolata"), per indicare Kundalini che risiede inerte nel primo chakra, il muladharachakra; pranakundalini ("energia dei soffi vitali"), per designare Kundalini che circola nel corpo sottile; parakundalini ("energia assoluta"), Kundalini pronta per fondersi con Shiva nell'ultimo chakra (il dvadashanta o il sahasrarachakra, a seconda dei testi).

 

La prassi per il "risveglio" e la "risalita" di Kundalini segue strade differenti a seconda della tradizione e quindi dei testi adottati. Una distinzione è fra i metodi che derivano dalle tradizioni del Kula e quelli molto più tardi che fanno capo a testi quali la Hathayoga Pradipika, la Gheranda Samhita e la Shiva Samhita (scritti all'incirca intorno al XV secolo). Questi ultimi prevedono un impegno continuo basato molto sul lavoro sul corpo fisico e sottile: stiamo parlando dello Hatha Yoga. I testi tantrici precedenti fanno invece riferimento a metodi che sono assimilabili alla mistica, metodi che coinvolgono la spiritualità intrinseca in elementi quali la parola, il pensiero, la consapevolezza, la meditazione.

 

Secondo la visione tantrica nell'emanare il mondo, Paramashiva, la Realtà Assoluta, si è espanso generando quella pluralità che noi chiamiamo mondo, nella sua accezione più vasta. Perché ciò fosse possibile, Egli si è autolimitato, dando così luogo al tempo, allo spazio, alla materia, al dualismo, alla casualità, e di conseguenza, al samsara. Queste autolimitazioni sono rese possibili grazie alla Sua stessa energia, la shakti, di cui Kundalini non è altro che un aspetto, appunto quello presente nel corpo umano. Kundalini che ascende, dal primo all'ultimo chakra, segue quindi, al livello del microcosmo umano, il percorso inverso a quello di emanazione cosmica. E' la potenza di Paramashiva che ricongiungendosi in Shiva medesimo, consente di liberarsi delle limitazioni che hanno consentito ciò che è manifesto, il mondo, trasmigrazione compresa.

Natha

Matsyendranath
Matsyendranath

La parola sanscrita Natha è il nome proprio di un indù della tradizione iniziatica e la parola stessa significa letteralmente "signore, protettore, rifugio". Il relativo termine Adi Natha significa primo Signore o originale, ed è quindi sinonimo di Shiva, Mahadeva, o Maheshvara, cioè la Realtà Suprema e Assoluta come base di supporto di tutti gli aspetti e manifestazioni della coscienza.

 

La tradizione Natha è una tradizione eterodossa siddha che contiene molte sotto-sette. E' stata fondata da Matsyendranath e ulteriormente sviluppata da Gorakshanath. Questi due individui sono venerati anche nel Buddismo tibetano come Mahasiddha e sono accreditati di grande potenza e perfezionamento spirituale.

 

La mitologia sull'origine degli insegnamenti Natha è che Matsyendranath, da bambino, fu gettato nell'oceano indiano a causa della sua nascita in corrispondenza di congiunture astrali infauste. Venne così inghiottito da un pesce gigante, all'interno del quale sopravvisse e dove udì per caso gli insegnamenti yoga di Shiva alla moglie Parvati, che risiedevano in fondo all'oceano. Dopo 12 anni, Matsyendranath uscì dalla pancia del pesce come un maestro illuminato.

 

I due discepoli più importanti di Matsyendranath furono Caurangi e Gorakshanath. Quest'ultimo divenne sempre più influente fra gli antichi Natha, noto anche per aver scritto i primi testi di Laya yoga e l'innalzamento della kundalini-shakti.

La letteratura Natha

Goraksha Sataka. L'opera, "la centuria di Goraksha", attribuita a Gorakshanath, viene fatta risalire al XII - XIII secolo. Nel testo, fondamentale per i Natha yogin, sono descritti, in 101 versi, i punti salienti della discliplina.

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Hatha Yoga Pradipika.  L'opera, la "Lucerna dello Hatha Yoga", viene di solito fatta risalire al XV secolo circa. L'autore è tale Cintamani, che assume il nome di Svatmarama quando divenne uno yogin. Molte strofe sono tratte dallo Sataka. La Hatha Yoga Pradipika viene anche considerata un'opera che riconcilia lo Hatha Yoga e lo yoga di Patanjali (Raja Yoga).

 

La Hatha Yoga Pradipika è un trattato di poco meno di 400 versi suddivisi in quattro capitoli. La concezione è tipicamente tantrica. I primi due capitoli descrivono le varie posture (asana) e le tecniche di controllo del soffio vitale (pranayama). Il terzo è un'esposizione del Kundalini - yoga, cioè dei complessi metodi per provocare il risveglio di Kundalini. Queste prime tre lezioni forniscono gli strumenti adeguati per comprendere la quarta e ultima, che illustra i modi per la riunificazione tra il Sé e la Divinità.

 

Le attività preparatorie consistono nella purificazione delle nadi e un sistema di procedure volte a produrre uno stato di salute mentale e fisica in grado di sostenere lo stress legato agli stadi più avanzati di controllo del prana.

 

Mantra, mudra (gesti) e bandha (chiusure) affiancano asana e pranayama. Il mantra è un'espressione della shakti in forma di suono. I mudra hanno strette affinità con le asana e vengono praticati nel controllo del prana. Anche i bandha hanno lo stesso scopo, ma hanno la particolarità di bloccare il flusso dei vayu/prana in certe zone costringendoli a incanalarsi in altre.

 

Una volta che la kundalini è stata risvegliata e il prana incanalato nella sushumna lo yogin, per raggiungere la liberazione, deve far risalire la kundalini e i prana al sahasrara e trattenerli. Per fare ciò deve prima penetrare attraverso i vari chakra, ognuno dei quali costituisce una barriera da superare.

 

Se lo yogin non riuscisse a realizzare la liberazione in questa vita, non vedrà comunque vanificati i propri sforzi, inizierà la prossima vita a partire da ciò che ha raggiunto in quella precedente. Questo perché la penetrazione dei vari chakra genera una trasformazione permanente nel corpo sottile che trasmigrerà nella vita successiva.

 

Non va dimenticato che, come in tutte le tradizioni tantriche, per raggiungere la liberazione, la guida del guru è considerata essenziale.

 

Gheranda Samhita. Dal sanscrito significa "La raccolta di Gheranda", è un testo ad opera di Gheranda e del suo discepolo Chandakapali datato tra il XVI e XVII secolo. La Gheranda Samhita è più breve della Hatha Yoga Pradipika e trae da essa parte del contenuto. In generale, rispetto alla Hatha Yoga Pradipika, dà maggior rilievo alla salute e all'igiene personale. Questa notissima opera che ha visto la luce diversi secoli fa grazie al saggio Gheranda, è un trattato di Hatha Yoga che espone in forma graduale, tutte le tecniche dello Hatha Yoga fino alle diverse forme di Samadhi.

 

Il testo non inizia a trattare subitamente le pratiche Hatha Yogiche, bensì comincia con il dare un'immagine del rapporto Guru - discepolo e dell'intimo rapporto che tra i due deve instaurarsi, affinché il discepolo possa realizzare il frutto dello Yoga. La forma di Yoga esposta da Gheranda è composta di sette Anga o parti.

 

Il primo capitolo tratta dei Shat - Karma o purificazioni. Questi processi liberano il corpo dagli eccessi di muco, grasso, bile e gas, rendendolo sano ed immune alle più comuni malattie. 

 

Il secondo stadio sono le posizioni Yoga o Yogasana. Man mano che l'aspirante si destreggia nelle asana, egli non prova più alcuno sforzo nell'assumerle, anzi, ogni tensione scompare, ogni nodo nervoso si scioglie e la mente rimane attenta e vigile. Intanto i suoi nervi, ghiandole, diaframma e respiro trovano riposo in ritmi sempre più naturali e spontanei, cosa che rende pronto l'aspirante ad intraprendere la pratica del pranayama.

 

Il terzo Anga o stadio tratta dei mudra e dei bandha. Questi sigilli e contrazioni verranno utilizzati per indirizzare il prana e risvegliare la Kundalini.

 

Il quarto Anga tratta del pratyahara, la tecnicha per controllare le attività della mente.

 

Il pranayama è il quinto Anga enunciato da Gheranda in cui si tratta delle tecniche relative all'inalazione, esalazione ed arresto del respiro, sia internamente che esternamente.

 

Il sesto Anga tratta del dhyana o meditazione. Alcune delle tecniche di meditazione descritte da Gheranda appartengono al Bhakti Yoga (yoga devozionale), dove al praticante viene richiesto di sviluppare la Bhakti o per la divinità preferita o per il proprio Guru.

 

L'ultimo dei sette Anga è il samadhi, la meta ultima, in cui la mente si fonde nella Consapevolezza Assoluta. Solo con la pratica continua, il Sadhaka potrà conseguire il samadhi.

 

Shiva Samhita. Dal sanscrito significa "La raccolta di Shiva", è un testo del XVIII secolo di cui non si conosce l'autore. L'opera è considerata la più completa dal punto di vista filosofico, ha un orientamento vedanta, cerca cioè di spiegare lo Hatha Yoga in termini accettabili dalla tradizione brahmanica ortodossa. I primi Natha furono considerati dai brahmani dei fuori casta e la loro dottrina eterodossa, dato i legami con il Buddhismo, anche se durante il XVI secolo furono gradualmente assorbiti dall'ortodossia e la loro dottrina rivista. La Shiva Samhita è la prima ad affrontare il concetto che chiunque può praticare yoga e ottenere benefici.

 

Le basi dottrinali dell'opera poggiano sul Samkhya, sullo Yoga e sul Tantrismo, ma risentono pure l'influsso del Buddhismo e del Vedanta, influsso evidente già nel primo verso, in cui si definisce il jnana (conoscenza) come unica realtà, connotandolo anche con l'aggettivo shunya, che nel Buddhismo indica la sola realtà, il vuoto. La Shiva - samhita è suddivisa in cinque patala (sezioni, capitoli) per un totale di 540 strofe, in cui Shiva espone la sua dottrina a Parvati.

 

Il primo capitolo, come si è accennato, è di carattere introduttivo: si afferma che solo il jnana esiste, il resto è pura illusione, in accordo con il Vedanta, il Buddhismo Yogacara e lo Shivaismo; poi vengono confutati gli altri sistemi, a cui è contrapposta l'eccellenza dello Yoga, rivelato da Shiva stesso impietosito dalla sorte dell'umanità. Si ritorna, poi, sull'inconsistenza del mondo, che appare reale solo ai nostri sensi, mentre l'unica realtà e il Brahman, definito, secondo la tradizione, sat (essere), cit (coscienza), ananda (beatitudine). Una serie di similitudini, appartenenti al repertorio vedantico e buddhistico, chiariscono la natura della realtà fenomenica, frutto di maya (illusione) e di avidya (ignoranza): la creazione è destinata al riassorbimento nell'eterno Brahman in cui si annullerà anche il jiva (coscienza individua).

 

Il secondo capitolo, in ossequio alla concezione tantrica, raffigura il corpo come microcosmo, descrive le nadi e i chakra per poi trattare del jiva che, limitato dall'associazione con l'ahamkara (senso dell'io), in virtù del quale pensa di sperimentare piacere e dolore, e degli organi dei sensi, fruisce di vari karman (bilancio positivo o negativo delle azioni che condizionano le esistenze future). Quando l'uomo arriva a comprendere l'identità del Sé con lo Spirito universale, il Brahman, allora i tattva, cioè le categorie attraverso cui si manifesta il mondo, si dissolvono e appare l'unica realtà, la pura soggettività, teologicamente, Shiva.

 

Solo con il terzo capitolo inizia l'esposizione delle tecniche hathayoghiche; dopo un accenno ai soffi o respiri (vayu), viene ribadita la necessità dell'insegnamento impartito da un maestro; quindi si elencano le condizioni che rendono possibile la riuscita dello Yoga, si parla del pranayama, senza tuttavia far riferimento alle shatkriya (sistema di purificazione delle nadi). Vengono poi illustrati i poteri conseguiti grazie al pranayama (evidente la connessione dello Yoga con l'alchimia), passando poi a illustrare gli asana.

 

Il quarto capitolo è dedicato alle mudra e ai bandha.

 

Il quinto capitolo è il più lungo è diversificato. Il testo si rivolge agli ostacoli che il praticante incontra sulla via dello Yoga, ai quattro tipi di Yoga (Mantra Yoga, Hatha Yoga, Laya Yoga e Raja Yoga), ai quattro tipi di aspiranti, all'invocazione all'ombra (Pratikopasana), all'ascolto del suono interiore, ai vari tipi di dharana (concentrazione), ai chakra, alla Sacra Triveni (Prayag), al Raja Yoga e al Rajadhiraja Yoga.

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Origini del Tantra

Le origini sono tutt'oggi discusse e controverse, tra i reperti della civiltà della valle dell'Indo (III millennio circa) esistono figure, di era pre-vedica, che alcuni studiosi riconducono al culto di Shiva. Altri studiosi hanno voluto rapportare le origini del tantrismo allo sciamanesimo centroasiatico, ma sicuramente è stato il sud dell'India ad aver avuto un ruolo determinante.

 

Accanto al mondo brahmanico è esistito in India, sin da tempi immemori, un sostrato di culti popolari che si svolgevano ai margini della società brahmanica, e da questi ebbe probabilmente linfa il mondo tantrico. I primi testi di riferimento di queste dottrine e pratiche apparvero in India tra il VI e il VII secolo d.C. e si baserebbero su tradizioni non scritte molto precedenti (come per i Veda).

 

A partire dall'VIII secolo si può ritenere certa la presenza diffusa del fenomeno tantrico in buona parte del subcontinente indiano, in particolare nel Kashmir, zona cruciale anche per gli sviluppi dell'Induismo e del Buddhismo. Molte opere religiose e filosofiche indiane vengono da questa parte dell'India, che conservò il primato fino al XIII secolo, periodo in cui ebbe inizio l'invasione islamica. L'espansione delle tradizioni tantriche si accompagnò con la loro evoluzione e diffusione in quegli ambiti che erano prettamente brahmanici.

Via del Tantra

Il tantrismo, nel fine che persegue in quanto insieme di dottrine, non si differenzia dagli altri movimenti religiosi indù: è anch'esso una via per la liberazione (moksha) dal ciclo delle rinascite (samsara), dalle sofferenze che l'essere in vita comporta. L'uomo vive in un universo che è emanato e continuamente animato da Dio, il quale può manifestare la sua potenza sia sotto forma di oscuramento (tirodhana), essere cioè di ostacolo alla salvezza, sia concedendo la grazia (anugraha) nel mostrare le vie per la liberazione. Fra l'umano e il divino sussiste un isomorfismo per cui il corpo risulta permeato di forze sovrannaturali. Il corpo assume, nelle tradizioni tantriche, un'importanza nucleare proprio per questa compenetrazione fra umano e divino, fra corpo e universo. La concezione non è certo nuova: già nei Veda è possibile rintracciare l'idea del corpo umano come microcosmo, e del macrocosmo come corpo; ma è proprio nel tantrismo che quest'aspetto si presenta come dato assolutamente caratteristico, e quasi ogni aspetto del mondo tantrico è inquadrabile in relazione al corpo.

 

Per quanto concerne il sistema in sé, la via tantrica, più che essere una dottrina coerente, è un insieme di pratiche e ideologie, caratterizzato da una grande importanza dei rituali, da pratiche per la manipolazione dell'energia (shakti), con azioni talvolta considerate "trasgressive", dall'uso del mondano per accedere al sopramondano e dall'identificazione del microcosmo con il macrocosmo. Tale correlazione consente al tantrika (l'adepto dei Tantra) di poter accedere, mediante delle precise tecniche, all'energia cosmica presente nel proprio corpo e quindi raggiungere la liberazione con questo corpo e in questa vita (jivanmukti). I tantrika considerano la guida di un guru un prerequisito indispensabile. Nel processo di manipolazione dell'energia il praticante ha diversi strumenti a disposizione: lo Yoga, con pratiche che portano a un controllo pressoché completo del proprio corpo; la visualizzazione e verbalizzazione della divinità attraverso i mantra, e la meditazione su di essi; l'identificazione e internalizzazione del divino, con pratiche meditative tendenti a una totale immedesimazione con una divinità.

 

Il guru, specie nelle tradizioni tantriche, è ben più che un maestro spirituale. Egli non si limita ad impartire la dottrina al discepolo (sisya) come un ordinario maestro potrebbe fare, per quanto accorato e devoto: il guru è come un dio (gurudeva) che grazie alla propria potenza spirituale "trasmette" al discepolo la dottrina e gli oggetti della tradizione. Per esempio, un mantra non può essere appreso semplicemente ascoltandolo (né tantomeno apprendendolo da un testo): deve e può solo essere passato dal guru al discepolo (guru sisya parampara). Fra i due si stabilisce una relazione intima che ha i caratteri della riservatezza, della devozione e dell'obbedienza.

 

Va detto che questo stato di cose, questo lignaggio iniziatico, non è esclusivo del tantrismo, bensì comune a tutte le scuole indù. Nelle tradizioni tantriche alcuni caratteri risultano però ben marcati: la segretezza e la devozione. Come si è accennato, il guru è considerato manifestazione divina, a lui si deve non soltanto obbedienza ma anche devozione nel senso stretto del termine. Per esempio, la gurupaduka, l'impronta dei piedi del guru, va vista come il segno della presenza divina, e come tale adorata e omaggiata. L'iniziato, il tantrika, continuerà la sua via verso la realizzazione spirituale (sadhana) e un giorno potrà diventare guru egli stesso. Toccherà quindi a lui perpetuare (sampradaya) la dottrina, in quella che è una successione di maestri (guru parampara) che così tramandano la disciplina.

 

Vi sono una serie di caratteristiche peculiari dell'universo tantrico in sé, aspetti atti a riconoscere ciò che è "tantrico". Essi sono:

 

Immanenza: l'universo e gli esseri umani sono permeati dell'energia divina, la shakti, personalizzata come una Dea.

Trasmissione: il tantrika è un iniziato, il che implica la presenza di un maestro, il guru, e una trasmissione della dottrina (sampradaya) di maestro in maestro.

Segretezza: le dottrine e le pratiche hanno il carattere della segretezza.

Puja: il rituale di adorazione di una divinità è quello della puja, che è sempre tantrica nella sua struttura anche se rivolta a una divinità non tantrica.

Mandala: il pantheon, sempre vasto, è organizzato in mandala.

Mantra: l'oralità, la parola (vac), assume un ruolo centrale in tutte le pratiche e i riti, i mantra sono onnipresenti; molti di essi altro non sono che la forma fonica di divinità.

Yoga: esistenza di uno stretto legame con lo yoga. Va qui detto esplicitamente che lo Yoga cui il Tantra fa riferimento non è né il Kriya Yoga né l'Astanga Yoga presentato da Patanjali nel suo basilare Yoga Sutra (lo Yoga classico cioè), ma lo Hathayoga. Altrettanto esplicitamente va fatto notare che qui non si parla dello Hathayoga moderno (occidentale e indiano), invero versione reinterpretata di elementi tradizionali, ma dello Hathayoga che risulta dai testi classici, come la Gheranda Samhita, la Hathayogapradipka o lo Shiva Samhita. Proprio per evitare questa confusione, molti autori preferiscono servirsi del termine "Kundalini Yoga".

 

Il Tantrismo si può definire come una via pratica ai poteri sovrannaturali e alla liberazione; consiste nell'uso di pratiche e tecniche specifiche (rituali, corporee e mentali), che sono sempre associate ad una dottrina particolare. Il principio chiave del tantra risiede nel fatto che l'universo che noi sperimentiamo sia la concreta manifestazione dell'energia divina che lo crea e lo mantiene: le pratiche tantriche cercano di contattare e incanalare quell'energia all'interno del microcosmo umano.


FONTE

www.wikipedia.org

"Il Pensiero Yoga" di Peter Connolly (EDIZIONI RED)

"Kundalini Yoga" di Swami Shivananda (EDIZIONI VIDYANANDA)