Che cos'è lo yoga


Tantra

Tantra, termine sanscrito: "telaio", "ordito"; ma tradotto anche come "principio", "essenza", "sistema", "dottrina", "tecnica", per indicare sia un insieme di testi dalla non univoca classificazione, sia un controverso insieme di insegnamenti spirituali e tradizioni esoteriche originatesi nelle culture religiose indiane con varianti induiste, buddhiste, giainiste e bonpo, con diramazioni diffuse in Tibet, Cina, Corea, Giappone, Indonesia e molte altre aree dell'Estremo Oriente. In quest'ultima eccezione, di questo insieme di tradizioni e culture è spesso adoperato come sinonimo anche il termine occidentale di tantrismo.

 

A proposito di questo termine, "tantrismo", occorre subito chiarire due aspetti fondamentali per la comprensione dell'intero fenomeno. Il primo è che il termine è del tutto sconosciuto alla tradizione classica indiana, non esiste in sanscrito. Esso fu infatti cognato in occidente nel XX secolo da studiosi occidentali del mondo religioso indiano. Invero, già dal secolo precedente gli orientalisti avevano individuato nel mondo hindu un insieme di fenomeni, culti e ideologie, che non riuscivano a rapportare al brahmanesimo, all'induismo classico fondato sui Veda e sulle Upanishad. Essi riscontravano queste teorie e pratiche in testi che in buona parte adoperavano come suffisso il termine "tantra". Di qui i termini "tantrismo", "tantrico" e "tantra" nel senso di religione o setta religiosa.

 

Il secondo aspetto è strettamente connesso col precedente: il termine "tantrismo" finì per indicare e caratterizzare un insieme di pratiche e credi ritenuti sostanzialmente differenti e scollegati da ciò che era noto delle religioni dell'India, conoscenze per lo più teoriche, fondate sullo studio dei testi. Come si è detto, esiste tutta una letteratura indiana, i Tantra, i cui testi in buona parte adoperano il suffisso "tantra": in queste opere si definisce tantrika il praticante, colui cioè che segue il percorso spirituale descritto nei testi. Il termine è poi spesso adoperato, sempre nella letteratura indiana, in opposizione a vaidika, colui che segue i Veda.


Tradizioni tantriche

Shiva
Shiva

Alcune fra le maggiori tradizioni che presentano elementi tantrici sono: Aghora, Alvar, Baul, Gaudiya, Kalamukha, Kalikula, Kanpatha, Kapalika, Kula, Krama, Lakula, Lingayat, Natha, Nayanar, Pancaratra, Pasupata, Sahajiya, Shaivasiddhanta, Shrividya, Trika. 

 

Buona parte di esse contemplano quale divinità principale Shiva, l'erede del dio vedico Rudra, già oggetto di venerazione sin dai primi secoli della nostra era, e assurto poi a grande dio dell'Induismo. Per i devoti di Shiva, gli shivaiti o anche shaiva, Shiva è il Signore supremo che crea, mantiene e distrugge l'universo. Essi identificano Shiva con Ishvara (l'aspetto personale di Dio) e con la sua radice metafisica, ossia lo stesso Brahman (l'aspetto impersonale). In questa visione, è da Shiva che scaturiscono tutti gli altri Deva, suoi principi ed emanazioni. Benché caratterizzato da un forte senso della trascendenza, lo shivaismo è nel suo complesso un grande movimento devozionale, nel quale il Dio è venerato in molte forme e modi, e presso numerosi templi. Le forme principali di adorazione sono: Mahayogin, "Il grande yogin"; Nataraja, "Il Signore della danza"; il linga, il suo "segno"; come capofamiglia, marito di Parvati, padre di Ganesha e Skanda, e con il sacro toro Nandi al loro fianco. Una tradizione shaiva, importante per lo Yoga, è quella dei Natha. A loro si deve l'introduzione nel mondo tantrico dello Hatha Yoga, appunto il sistema che contempla posture (asana) e pratiche di purificazione del corpo. Oggi questa tradizione è rappresentata dai Kanpatha.

 

All'interno dello shivaismo occorre poi fare distinzione fra dottrine dualiste e dottrine moniste. Fra le dottrine dualiste, lo Shaivasiddhanta è quella più nota e diffusa, attualmente soprattutto nel sud dell'India. Secondo la teologia dello Shaivasiddhanta il Signore (pati) e le singole anime (pashu) sono eternamente distinte. Il Signore, nella forma di Sadashiva, causa efficiente dell'universo, compie le cinque azioni fondamentali: emana l'universo, lo conserva, lo riassorbe, si cela e si rivela per mezzo della grazia. Il fine soteriologico è la liberazione, intesa come liberazione dal ciclo delle reincarnazioni. Per gli adepti dello Shaivasiddhanta, la liberazione avviene soltanto con la morte, con la quale l'anima acquista uno stato superiore, ma pur sempre ontologicamente distinto da Shiva, sempre che in vita si sia stati religiosi devoti e rispettosi. Una serie di iniziazioni e riti periodici consentono all'adepto (sadhaka) di seguire questo percorso. Da notare che la via è riservata soltanto agli uomini, le donne vi accedono indirettamente, attraverso il proprio marito. La bhakti ("devozione") del religioso è caratterizzata da un accentuato trasporto amoroso verso Dio e da una condotta sociale che vede al primo posto l'aspetto devozionale e ritualistico.

 

La dottrina monista, è invece, principalmente quella dello shivaismo kashmiro, insieme di movimenti dalle spiccate caratteristiche tantriche, sviluppatosi verso gli ultimi secoli del I millennio e che si è evoluto in quattro scuole fondamentali: Trika, Krama, Spanda e Pratyabhijna. Tutte queste scuole sono moniste: Shiva è il Signore assoluto (Parameshvara o Maheshvara); e l'assoluto, l'universo e i singoli individui, sono identici, nel senso che tutto è manifestazione di Dio, Shiva, sua emanazione. Shiva Parameshvara è pura coscienza, e il fine soteriologico delle scuole, la liberazione (moksha), è il "ricongiungimento" della propria coscienza, con quella universale, cioè il "riconoscimento" della propria natura, diventando un liberato in vita (jivanmukti).

 

Fra le varie scuole sussistono alcune differenze di interpretazione e soprattutto differenti pratiche. Molte tradizioni hanno come riferimento spirituale l'identificazione con Bhairava. Bhairava (il Tremendo) è ipostasi aggressiva e terrificante di Shiva, considerato, in alcune di queste tradizioni, la forma divina dell'Assoluto. Bhairava indica quel potere che distrugge la nescienza, conduce dal microcosmo al macrocosmo, dall'individuo al divino.

 

Il ricongiungimento con l'Assoluto, e il riconoscimento della propria natura come essenzialmente divina, è l'elemento comune, il fine di tutte queste tradizioni.

Visnu
Visnu

In ambito vaisnava e quindi legate al culto di Visnu, troviamo essenzialmente le tradizioni del Pancaratra e del Sahajiya.

 

Il Pancaratra, alla cui base vi è una vasta letteratura, è molto vicino all'ortodossia brahmanica e tuttora vivo in India. I seguaci sono devoti al dio Narayana, assimilato a Visnu e adorato anche col nome di Vasudeva. La sua paredra è Maya, adorata anche con il nome di Laksmi, dea benigna considerata dispensatrice di fortuna e benessere. Da Maya è considerata emanata la natura, prakrti, secondo una visione filosofica che è molto prossima a quella del Samkhya. Per il resto i seguaci adottano riti ortodossi e utilizzano i mantra e lo yoga come mezzi per la liberazione.

 

I Baul, tradizione ancora attiva nel Bengala, hanno raccolto l'eredità dei Sahajiya, setta estinta, devoti alla coppia di dei Krsna e Radha, e praticano, fra altri culti devozionali, l'unione sessuale ritualizzata come mezzo per il raggiungimento della liberazione.

Shaktismo

Ardhanarisvara
Ardhanarisvara

Altrettanto numerose sono le tradizioni tantriche che invece prediligono il culto della Dea, che si presenta con nomi e caratteristiche differenti, a volte anche contrastanti fra loro. Abbiamo, come dee più importanti: Tripurasundari; Kali, che fa parte di un gruppo di dieci dee, le Mahavidya (le dee della Grande Conoscenza); Durga. Accanto a queste esistono comunque tantissime altre divinità secondarie, quali per esempio le Bhairavi e le Yogini.

 

Non sempre è possibile distinguere nettamente fra tradizioni tantriche shaiva (quelle che si rifanno a Shiva) e tradizioni shakta (quelle che si rifanno alla Dea: il termine deriva da Shakti, letteralmente "energia", e in senso lato Dea, perché nelle tradizioni tantriche shaiva la Dea è paredra del Dio e sua "energia" che opera nel mondo, suo aspetto immanente). Le tradizioni shakta sono tipiche dell'India meridionale, e certo non erano caratteristica del mondo vedico. Queste tradizioni sono dunque molto probabilmente un'eredità delle popolazioni autoctone dell'India meridionale. 

 

Nelle tradizioni shakta la Dea, energia (shakti) creatrice di ogni cosa e animatrice di ogni aspetto nel mondo, è adorata, nelle sue numerose forme, quale Essere supremo. Secondo un modo di dire comune presso i devoti della Dea, Shiva senza Shakti è shava, termine che sta per "cadavere". Alla Dea sono infatti assegnati sia l'aspetto puramente trascendentale sia quello immanente.  

 

Lo shaktismo è essenzialmente uno sviluppo di epoca medievale. Ha radici, però, molto più antiche. Il Mahabharata contiene vari passaggi da cui si deduce che molte delle popolazioni tribali in seguito assorbite dalla cultura indiana dominante adoravano dee. Uma, consorte di Shiva, viene definita una donna kirata. Il termine "kirata" viene usato in riferimento a una popolazione himalayana in particolare e a popolazioni tribali in genere. Di una dea, che risiede nei monti Vindhya, si dice che fosse golosa di vino e carne (sidhumamsapasupriya) e il consumo dei due alimenti è parte integrante di molti rituali tantrici. Altri testi parlano di varie divinità femminili che finirono per diventare aspetti o epiteti della grande dea dei Purana e dello shaktismo. 

 

Nel buddhismo la dea plurima Tara finì per essere considerata un'energia femminile primordiale, a volte consorte di Avolokitesvara, e anche l'incarnazione della saggezza perfetta (Prajnaparamita). I concetti e le pratiche shakta iniziarono ad apparire all'interno di quella che prese il nome di variante Mantrayana o Mantranaya. I movimenti tantra successivi del buddhismo, Vajrayana, Kalacakrayana e Sahajayana, si svilupparono sotto la stessa influenza e la filosofia tantrica buddhista rivela chiaramente lo stesso tipo di apporto. Alcuni Tara stotra arrivano a definire la dea come la madre di tutti i Buddha: questo è shaktismo puro. Nel campo della pratica, riti e rituali shakta crescono di importanza. Il Guhyasamaja e il Manjusrimulakalpa (scuole di buddhismo tantra) introducono l'uso di mudramandala, kriya (riti), carya (doveri), consumo di carne e l'unione con donne come parte della pratica tantrica. Siamo di fronte a tratti tipicamente shakta, che hanno poco in comune con ciò che è sostenuto dal primo buddhismo.

 

Nel vaishnavismo Sri Lakshmi e Sarasvati, in origine senza nessun particolare legame con Vishnu, diventarono sue consorti e parti integranti del suo essere, la sua shakti (potere).

 

Nel periodo Gupta (320 - 400 d.C.) cominciano a comparire statue dell'ardhanarisvara (il signore per metà donna). Negli inni di alcuni Nayanmar tamil, Shiva e Uma vengono identificati con prakrti e purusha del Samkhya

 

Nell'ambito della tradizione indù vengono composti purana che esaltano la dea, come il Devi, il Kalika, il Devibhagavata, e vengono individuati 108 siti sacri alla dea.

 

Anche lo yoga quindi subì una trasformazione sotto l'influenza shakta. In alcune pratiche seguite da queste tradizioni gli adepti perseguono l'attivazione della kundalini, la shakti che risiede nel corpo umano presso il primo chakra, per condurla fino all'ultimo e conseguire così la liberazione. Si accede così a uno stato di beatitudine dove il tutto viene percepito come uno, trascendendo così il cosmo, la mente, lo spazio e il tempo. 

Testi del Tantra

Bhairava e Kali
Bhairava e Kali

Nella letteratura filosofico-religiosa dell'Induismo si intende con Tantra un insieme di opere dalla non univoca classificazione. Gli argomenti trattati spaziano enormemente, dalla cosmologia all'alchimia, dalle regole di vita quotidiane ai riti esoterici, dall'architettura sacra, all'iconografia e alla ritualistica. La tradizione vuole che siano 92 i Tantra rivelati da Shiva: 28 Agama e 64 Bhairava Tantra.

 

Accanto a questi Shaiva Tantra occorre poi aggiungere gli Shakta Tantra, per le tradizioni religiose che invece considerano la Dea quale divinità principale; e molti altri insiemi di Tantra che fanno parte di tradizioni minori.

 

Questi testi, essendo stati trasmessi oralmente prima di darne testimonianza scritta, rende impossibile fornire una datazione certa dell'origine. Il Tantra più antico a noi pervenuto, il Nihshvasatattva-samhita dello Shaivasiddhanta, è datato dagli studiosi intorno al V-VI secolo.

 

Nel suo fondamentale Tantraloka, Abhinavagupta, scrive che, in un'epoca remota, il saggio Durvaas fu incaricato da Shiva medesimo di riassumere e diffondere il suo insegnamento. Il saggio affidò questo compito ai suoi tre figli spirituali: Amardaka, Shrinatha e Tryambaka, i quali enunciarono così la dottrina shivaita in tre forme distinte: dualista (dvaita), dualista e non-dualista insieme (dvaitadvaita), non-dualista (advaita). Il corpus delle opere che furono scritte è, secondo la tradizione, quello attualmente noto come Tantra.

 

I 92 testi scritti dai figli di Durvaas sono stati elencati da uno dei commentatori di Abhinavagupta, Jayaratha, nel Tantralokavarttika. I primi 28 testi, quelli delle dottrine dualista (in numero di 10) e dualista/non-dualista (in numero di 18), sono detti anche Agama (termine che significa tramandato, a indicare un'origine divina) e appartengono alla scuola Shaivasiddhanta, o Shaiva, dal Kamika al Saurabheya. Accanto ai primi 28 Tantra (gli Agama dello Shaivasiddhanta) si sono successivamente aggiunti altri testi, in genere dei commenti, considerati anch'essi Agama (in numero imprecisato, ma comunque superiore a duecento): per distinguerli si usa generalmente il termine Mulagama (Agama principali) per indicare i primi, e Upagama (Agama secondari) per indicare il secondo gruppo.

 

Gli altri 64, i Tantra non dualistici, hanno dato seguito a più di una scuola esegetica, ciascuna coi propri testi e i propri maestri, fra le quali è notevole lo shivaismo kashmiro. Fra i Tantra della scuola non dualista, sono da citare lo Rudrayamala, il Vijnanabhairava, il Tantrasadbhava, lo Brahmayamala e lo Svacchanda. I 64 Tantra di Bhairava sono detti anche appartenere al Mantrapitha, per distinguerli da altri testi appartenenti al Vidyapitha. In questi ultimi è dominante il culto della forma femminile del divino, Devi, presente in numerose personificazioni. Questo ulteriore gruppo di Tantra è perciò detto anche Shakti-Tantra, mentre il precedente Yamala-Tantra (yamala significa "coppia", con riferimento all'unione dei principi maschile e femminile, indicata, e raffigurata, come Shiva-Shakti). Shakti è il termine che significa "energia", e si riferisce a uno degli aspetti di Dio, quello creativo e immanente; la shakti è poi personificata sotto forma di dea divenendo quindi Shakti, ed è rappresentata sotto varie forme a secondo degli aspetti che si vogliono mettere in evidenza. Nella letteratura critica moderna si usa spesso definire Tantra soltanto questi testi della dottrina non dualista, lasciando invece il termine Agama per gli altri.

 

Un'altra tradizione vuole altresì che i 10 Agama della scuola dvaita siano stati comunicati da Sadashiva, Shiva l'eterno, uno degli aspetti del Dio; i 18 della scuola dvaitadvaita da Rudra, lo Shiva del periodo vedico; i 64 Tantra della scuola advaita (i Tantra non dualisti) da Bhairava, l'aspetto terrifico di Shiva. Questo fa sì che spesso i testi relativi siano anche identificati con riferimento a queste divinità. 

 

Alla luce di quanto visto fin'ora, la suddivisione tra Tantra dualisti o non dualisti non sembra sempre coerente, esistendo testi di dubbia appartenenza, come per esempio il Supradheba che non sembra affatto dualistico, pur essendo incluso negli Agama dvaita. 

 

Un'ulteriore classificazione è quella in base all'ortodossia delle pratiche rituali descritte nei testi, cioè al loro rispetto della dottrina brahmanica o meno. I testi, e i riti, della scuola Shaivasiddhanta sono detti di "destra" (daksina), perché ritenuti ortodossi; in genere sono detti di "sinistra" (vama) tutti gli altri, con particolare riferimento agli Shakti-Tantra.

 

Con riferimento agli attuali principali culti dell'Induismo, i Tantra vengono anche classificati come appartenenti allo ShivaismoShaktismo e Visnuismo. Dei primi due gruppi si è già accennato, mentre la letteratura tantrica visnuita è sostanzialmente quella del Pancaratra, e i relativi testi sono anche detti Pancaratra-Tantra (o Pancaratra-Agama), con dottrine abbastanza vicine all'ortodossia brahmanica. Fanno parte di questo corpus per esempio: il Pauskara, il Satvata, il Laksmi-Tantra.

 

Oltre i culti principali esistono anche culti secondari o comunque testi tantrici che non rientrano in quelli. Ne sono un esempio i cosiddetti Tantra "solari", i Saura-Tantra, nei quali la divinità principale è Surya, il dio Sole (ad esempio la Saura-samitha); o i Ganapatya-Tantra, la cui divinità principale è Ganesha; o i Garuda-Tantra, dedicati a Garuda.

 

Va infine precisato che tutte queste opere appartengono alla letteratura indiana in sanscrito. Oltre questi esistono testi tantrici in lingua come il bengali e il tamil, alcuni dei quali hanno un peso rilevante nelle tradizioni locali.

 

Un concetto comune a tutti i Tantra è la divinità del corpo, nel quale sono contenuti l'intera gerarchia cosmica e la polarità fra la parte maschile e femminile della divinità. L'unione di tali principi è il fine dell'adepto dei Tantra. Tale percorso parte dalla purificazione del corpo, cui segue l'identificazione di un nuovo corpo divino per mezzo di pratiche specifiche (recitazione dei mantra e visualizzazione interiore), e termina col culto esteriore, la puja.

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Vasugupta e lo Shivasutra

Vasugupta è stato un filosofo e mistico indiano del Kashmir. Quasi nulla conosciamo della vita di Vasugupta, e di lui ci è giunta, con certezza, un'unica opera, gli Shivasutra, testo fondamentale delle tradizioni shaiva del Kashmir. Come riferito da Ksemaraja e da Bhaskara, autori di due fra i più autorevoli commenti agli Shivasutra, Shiva, apparso in sogno al suo seguace Vasugupta, gli affidò il compito di diffondere nuovamente nel mondo la dottrina del non-dualismo. Seguendo le indicazioni di Shiva, Vasugupta si recò sul monte Mahadeva (il monte del Gran Dio) e qui, su una lastra di roccia, rinvenne i 77 aforismi che costituiscono gli Shivasutra, o “aforismi di Shiva”, così come il Dio stesso li aveva incisi.

 

Gli Shivasutra si inseriscono nella vasta corrente degli Agama advaita, in linea con la gran parte dei tantra, l'opera non ha intenti dottrinali ma orientativi. I suoi sutra indicano un tracciato per l'adepto, molti non sono affatto di immediata comprensione, alcuni restano enigmatici. Il Sé, o la realtà, non è dunque né corpo né anima (soffio vitale o prana), né intelletto e nemmeno vuoto, ma solo e soltanto il fatto di avere conoscenza, cioè l'essere coscienti, quindi coscienza. Quattro sono i nuclei innovatori dell'opera:

 

  1. La concezione di un “quarto stato” oltre i tre di veglia, del sonno con sogni, e del sonno profondo. Il “quarto stato” è lo stato in cui si entra in contatto con la Coscienza Suprema (Shiva medesimo). E' solo in questo stato che si può recuperare il mondo fenomenico nella sua interezza. Infatti, secondo la pura dottrina, il mondo non è illusorio, ma soltanto un riflesso del reale, ed è quindi pienamente fruibile dal suo centro, che è Coscienza.
  2. La cessazione di ogni distinzione fra sacro e profano. Quando si è conseguita l'identificazione con la Coscienza, tutto diviene sacro, tutto diviene profano.
  3. “Il mantenimento e la dissoluzione”. Shiva emana, mantiene, riassorbe, dilegua e infine torna alla grazia, nella corrispondenza che sempre sussiste fra i piani cosmologico e del microcosmo. Questo dinamismo è anche dell'uomo, che dopo aver “creato” una realtà emotiva, deve essere in grado di dissolverla, e quindi conseguire la “grazia”.
  4. La comparsa di un aspetto destinato successivamente ad avere importanti sviluppi col sinonimo di camatkara (stupore), vismaya (meraviglia). La meraviglia è una caratteristica di chi è illuminato, di chi ha preso coscienza del Sé, di chi è giunto a percepire il mondo, e quindi l'altro, in sé.
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Utpaladeva

Utpaladeva (X secolo), discepolo di Somananda, portò a compimento l'opera del maestro con la Isvarapratyabhijnakarika (Le Strofe di riconoscimento del Signore). Egli fu anche maestro del Krama e del Trika, quest'ultima sarà successivamente sistematizzata dal filosofo Abhinavagupta.

 

Utpaladeva nella sua opera, paragona la Coscienza a un cristallo che, senza esserne affetto, assorbe e riflette la luce degli oggetti circostanti, manifestando così quella che il filosofo chiama vimarsa, “consapevolezza riflessa”, che altro non è che presa di coscienza di sé, il potere che rende possibile riconoscere sé stesso nell'altro e l'altro in sé stessi.

 

L'oscillazione, continua e inafferrabile, fra i due poli del conoscere, fra chi conosce e chi è conosciuto, è dunque l'essenza ultima della realtà. Responsabile di questo incessante movimento è la potenza (shakti). L'essenza ultima della realtà, che è Coscienza suprema, è chiamata sia Para Samvit (Suprema Coscienza) sia Paramesvara (Supremo Signore), da essa emana tutto il reale secondo una sequenza di principi (tattva) costituita di 36 elementi unificanti, i 36 tattva.

 

La sequenza è distinta in tre “cammini”. Il primo, il Cammino Puro, è caratterizzato dal progressivo sviluppo dell'oggettività. E' costituito dai cinque tattva: Shiva, Shakti, Sadashiva, Isvara, Suddha vidya (Pura conoscenza). Il Cammino Puro-Impuro si apre con il tattva Maya, che dà luogo al formarsi di due realtà apparentemente separate. Questo cammino è costituito da ulteriori cinque tattva, definite come le “corazze” di Maya: Potere di azione limitato, Conoscenza impura, Attaccamento, Tempo, Necessità. Dopo di questo si apre il Cammino Impuro, quello della realtà ordinaria, che altro non è che l'insieme dei venticinque tattva del Samkya.

L'Assoluto, essendo sia ente al di là di ogni altra cosa esperibile, sia il principio da cui tutto scaturisce e di cui ogni cosa è parte, è da intendersi come avente contemporaneamente le qualità di trascendenza e impermanenza. L'espansione dell'Assoluto, la cosmologia, è descritta attraverso un insieme di principi costitutivi, categorie (tattva) intese come emanazioni dell'Assoluto stesso.

 

Questo insieme quando viene visto in senso inverso, indica il percorso spirituale, quella via salvifica che riconduce il singolo all'Uno, riunisce l'uomo a Dio. Nella molteplicità dei soggetti che sono così derivati dall'Assoluto, trovano quindi luogo gli individui, frazioni nelle quali la coscienza originaria si ritrova offuscata.

 

L'Assoluto si riconosce come insieme di singoli dalla consapevolezza limitata, individui in realtà dimentichi della propria condizione divina, schermati dalle cinque corazze, le kancuka, che se da un lato hanno consentito all'universo di manifestarsi, nel contempo limitano l'individuo impedendone il riconoscimento come emanazione di Dio.

Origini del Tantra

Le origini sono tutt'oggi discusse e controverse, tra i reperti della civiltà della valle dell'Indo (III millennio circa) esistono figure, di era pre-vedica, che alcuni studiosi riconducono al culto di Shiva. Altri studiosi hanno voluto rapportare le origini del tantrismo allo sciamanesimo centroasiatico, ma sicuramente è stato il sud dell'India ad aver avuto un ruolo determinante.

 

Accanto al mondo brahmanico è esistito in India, sin da tempi immemori, un sostrato di culti popolari che si svolgevano ai margini della società brahmanica, e da questi ebbe probabilmente linfa il mondo tantrico. I primi testi di riferimento di queste dottrine e pratiche apparvero in India tra il VI e il VII secolo d.C. e si baserebbero su tradizioni non scritte molto precedenti (come per i Veda).

 

A partire dall'VIII secolo si può ritenere certa la presenza diffusa del fenomeno tantrico in buona parte del subcontinente indiano, in particolare nel Kashmir, zona cruciale anche per gli sviluppi dell'Induismo e del Buddhismo. Molte opere religiose e filosofiche indiane vengono da questa parte dell'India, che conservò il primato fino al XIII secolo, periodo in cui ebbe inizio l'invasione islamica. L'espansione delle tradizioni tantriche si accompagnò con la loro evoluzione e diffusione in quegli ambiti che erano prettamente brahmanici.

Shiva

Shiva
Shiva

Shiva è una divinità maschile post-vedica, successivamente ripresa nei Veda, indicata con i nomi di Pashupati e Rudra. Fondamento, a partire dall'epoca Gupta, di sette mistiche a lui dedicate. Shiva è divenuto in età moderna, uno dei culti principali dell'Induismo.

 

Ricostruire l'origine del culto di questa importante divinità dell'India antica e moderna è un compito arduo, che non ha trovato completamente concordi gli studiosi che se ne sono occupati. L'ipotesi secondo la quale i sigilli raffiguranti la divinità di un proto-Pashupati (il "Signore degli animali" dei Veda) rinvenuti nella Valle dell'Indo (oggi in Pakistan) possano essere direttamente collegati alla successiva divinità di Shiva, è tuttavia oggi generalmente accettata.

 

La figura di Shiva come una delle principali divinità hindu, Dio poliedrico, possessore di una elaborata mitologia e portatore di una metafisica sofisticata, prende corpo e si afferma coi Purana, quei testi religioso-filosofici che espongono cosmologia e filosofia hindu attraverso le narrazioni delle storie, testi trascritti all'incirca fra il III e il XII secolo.

 

Questo Shiva è il risultato di una progressione lenta ma ininterrotta, un'evoluzione in cui le caratteristiche del Dio hanno finito per inglobare quelle di molti altri dei, come Agni, Dio del fuoco, o Indra, Re del pantheon vedico, ma anche un vasto numero di divinità minori e locali connesse con il sesso, la morte e la fertilità. La funzione distruttrice di Rudra si erge ora a dimensioni cosmiche: Shiva non è più il collerico Rudra che nei Veda era implorato affinché non uccidesse uomini e bestiame: è il Grande Dio (Mahadeva) che distrugge l'intero universo, è Colui che salva il mondo ingoiando il veleno negli albori del tempo (Nilakantha), è Colui che domina i cinque elementi (Panchanana).

 

L'appellativo Mahadeva è frequente nel Mahabharata, dove Shiva appare come un Dio che suscita inquietudine, il cui accedere al devoto è descritto non come semplice apparizione ma invasamento, possessione (avesha, termine che poi ricorrerà nello shivaismo kashmiro).

 

La figura di Shiva, nel corso del tempo come anche all'interno delle stesse tradizioni religiose, ha assunto valori e sembianze diverse, incarnando aspetti e significati che a volte appaiono contraddittori. Egli è il calmo e perfetto tra gli asceti (mahayogin), ma è anche lo sfrenato e sensuale danzatore cosmico (nataraja), colui che, nudo, tenta le mogli degli asceti; è la forza che dissolve e distrugge i mondi, ma anche quella che li rigenera, li preserva e li sostiene; è il genitore che taglia la testa al figlio, ma anche colui che dispensa felicità e benessere spirituale.

 

Queste polarità possono dare l'impressione di aver a che fare con un coacervo di divinità, oppure con un Dio mera coesistenza di opposti. Certamente alcuni aspetti del Dio sono inquadrabili secondo questa visione, come per esempio Ardhanarishvara, metà uomo metà donna; ma in realtà, Shiva incarna tutti questi aspetti, perché tutti questi aspetti hanno un denominatore comune.

 

GLI ASPETTI DI SHIVA:

Il distruttore

Con la diffusione del concetto di Trimurti, la figura di Shiva è stata identificata principalmente con il suo aspetto dissolutivo, e quindi rinnovatore (senza tuttavia dimenticare o trascurare gli altri aspetti). Nella Trimurti Shiva rappresenta la forza che riassorbe i mondi e gli esseri nel Brahman immanifesto, è l'aspetto divino che conclude i cicli duali di vita-morte, per consentire a Brahma (l'aspetto creativo) di iniziarne degli altri; è anche il Signore che distrugge la separazione tra il Sé individuale (jivatman) e il Sé universale (Paratman). L'appellativo di "distruttore" non è quindi da intendersi in senso negativo, in quanto tale azione si esplica in realtà contro ciò che ostacola, oppure è un aspetto della necessità stessa degli eventi: non è possibile una creazione senza una precedente distruzione.  

Il più grande tra gli asceti

Sviva è il Signore di tutti gli yogin (i praticanti dello yoga), l'asceta perfetto, simbolo del dominio sui sensi e sulla mente, eternamente immerso nella beatitudine (ananda) e nel samadhi. E' il Signore dell'elevazione che dona ai devoti la forza necessaria per perseverare nella propria disciplina spirituale (sadhana); è il protettore degli eremiti, degli asceti, degli yogin, dei sadhu, di tutti quegli aspiranti spirituali che hanno lo scopo di indagare sulla Verità e conseguire così la liberazione (moksha). In questa forma Egli prende i nomi di Yogishvara ("Signore degli yogin"), Sadashiva ("Shiva l'eterno") e Parashiva ("Shiva supremo"), da molte tradizioni considerata la Sua forma ultima.

Il signore della danza

Shiva nella sua forma Nataraja (Re della danza) in una raffigurazione dell'XI secolo conservata presso il Museo Guimet di Parigi.
Shiva nella sua forma Nataraja (Re della danza) in una raffigurazione dell'XI secolo conservata presso il Museo Guimet di Parigi.

Shiva è anche chiamato Nataraja, il Re della Danza, e molte sono le rappresentazioni che hanno come soggetto il Dio danzante. La più nota è quella di Shiva con quattro braccia all'interno di un arco di fuoco. La chioma del Dio è intrecciata e ingioiellata e le ciocche inferiori si sollevano nel vento. Indossa pantaloni aderenti ed è adorno di bracciali, orecchini, anelli, cavigliere e collane; una lunga sciarpa gli ondeggia attorno. Altri tipici attributi possono essere presenti, come il teschio, il cobra, la luna crescente, eccetera.

 

La raffigurazione di Shiva Nataraja si fonda su un antico mito che vuole i Rishi della foresta di Taraka (Himalaya) nel tentativo di uccidere la divinità per mezzo di canti magici. Shiva si mise dunque a ballare trasformando le maledizioni di questi canti in energia creativa. I Rishi generarono allora, sempre per mezzo della magia, il nano Apasmara personificazione della ignoranza e dell'assenza di memoria aizzandolo contro il Dio. Ma Shiva lo schiacciò con il suo piede destro spezzandogli la colonna vertebrale, liberando al contempo l'umanità da questo flagello e avviando la salvezza dai legami dell'esistenza simboleggiata dalla gamba sinistra sollevata in aria.

 

In questa raffigurazione Shiva è con quattro braccia che reggono alcuni dei suoi attributi o formano delle mudra: la mano sinistra posta dinanzi al lato destro del corpo è nel gesto dell'elefante (gaja-hasta, indica la proboscide di un elefante simbolo della forza), mentre la mano destra è sollevata nel gesto di protezione (abhayamudra, invita il fedele a non avere paura); con la mano destra sollevata regge il tamburo primordiale (damaru, a forma di clessidra come ad unire il linga con lo yoni, e a provocare il suono che genera il creato: dove i triangoli formanti la clessidra si uniscono inizia la creazione, nel culmine della loro separazione ha avvio la distruzione della vita) mentre con la sinistra regge il fuoco (agni) simbolo della distruzione di ogni cosa. A sorreggere la figura c'è un fiore di loto (padma) che produce un fulmine di fuoco semicircolare (prabhamandala) che circonda l'immagine e rappresenta la sacra sillaba Om.  

 

Difatti questo simbolo riguarda anche le cinque attività cosmiche di Shiva: creazione (il tamburo e il suono primordiale, l'Om), conservazione (la mano che dà speranza), distruzione (il fuoco, nel senso anche di evoluzione), illusione (il piede sul suolo), liberazione (il piede sollevato): l'universo viene manifestato, preservato e infine riassorbito. La simbologia è quindi quella dell'eterno mutamento della natura, dell'universo manifesto, che attraverso la danza Shiva equilibra con armonia, determinando la nascita, il moto e la morte di ogni cosa.

Shiva-Shakti 

Shiva-Shakti
Shiva-Shakti

Le tradizioni moniste dello shivaismo kashmiro, considerano Shiva la Coscienza assoluta, trascendente, non manifesta e inattiva, il substrato ultimo della totalità; Shakti la Coscienza operativa, prima espressione del processo creativo, l'energia attiva in ogni manifestazione del cosmo. In una metafora molto usata nei testi induisti, Shiva e Shakti sono come <<il fuoco e la sua capacità di bruciare>>, o come <<lo specchio e l'immagine ivi riflessa>>, a indicare quindi che si tratta di un'unica realtà, una coppia cosmica.

E così si esprime il teologo e filosofo Abhinavagupta, riordinatore delle tradizioni religiose del Kashmir:

 

<<La fusione, quella della coppia (yamala) Shiva e Shakti, è l'energia della felicità (ananda shakti), da cui emana tutto l'universo: realtà al di là del supremo e del non-supremo, essa è chiamata Dea, essenza e Cuore (glorioso): è l'emissione, il Signore supremo.>>

(Tantraloka III, 68-69)

 

Su un piano simbolico più immediato, Shiva e Shakti rappresentano anche i principi maschile e femminile, e nelle tradizioni shivaite Shakti è usualmente personificata dalla dea Parvati, compagna e sposa di Shiva. Il significato è quello della complementarietà degli opposti, un concetto analogo a quello di Yin e Yang della filosofia taoista: maschile e femminile, spirito e materia, intelligenza ed energia, pensiero ed azione, staticità e dinamismo, sono due metà perfette e complementari di un Tutto cosmico, la Creazione stessa.

Via del Tantra

Il tantrismo, nel fine che persegue in quanto insieme di dottrine, non si differenzia dagli altri movimenti religiosi indù: è anch'esso una via per la liberazione (moksha) dal ciclo delle rinascite (samsara), dalle sofferenze che l'essere in vita comporta. L'uomo vive in un universo che è emanato e continuamente animato da Dio, il quale può manifestare la sua potenza sia sotto forma di oscuramento (tirodhana), essere cioè di ostacolo alla salvezza, sia concedendo la grazia (anugraha) nel mostrare le vie per la liberazione. Fra l'umano e il divino sussiste un isomorfismo per cui il corpo risulta permeato di forze sovrannaturali. Il corpo assume, nelle tradizioni tantriche, un'importanza nucleare proprio per questa compenetrazione fra umano e divino, fra corpo e universo. La concezione non è certo nuova: già nei Veda è possibile rintracciare l'idea del corpo umano come microcosmo, e del macrocosmo come corpo; ma è proprio nel tantrismo che quest'aspetto si presenta come dato assolutamente caratteristico, e quasi ogni aspetto del mondo tantrico è inquadrabile in relazione al corpo.

 

Per quanto concerne il sistema in sé, la via tantrica, più che essere una dottrina coerente, è un insieme di pratiche e ideologie, caratterizzato da una grande importanza dei rituali, da pratiche per la manipolazione dell'energia (shakti), con azioni talvolta considerate "trasgressive", dall'uso del mondano per accedere al sopramondano e dall'identificazione del microcosmo con il macrocosmo. Tale correlazione consente al tantrika (l'adepto dei Tantra) di poter accedere, mediante delle precise tecniche, all'energia cosmica presente nel proprio corpo e quindi raggiungere la liberazione con questo corpo e in questa vita (jivanmukti). I tantrika considerano la guida di un guru un prerequisito indispensabile. Nel processo di manipolazione dell'energia il praticante ha diversi strumenti a disposizione: lo Yoga, con pratiche che portano a un controllo pressoché completo del proprio corpo; la visualizzazione e verbalizzazione della divinità attraverso i mantra, e la meditazione su di essi; l'identificazione e internalizzazione del divino, con pratiche meditative tendenti a una totale immedesimazione con una divinità.

 

Il guru, specie nelle tradizioni tantriche, è ben più che un maestro spirituale. Egli non si limita ad impartire la dottrina al discepolo (sisya) come un ordinario maestro potrebbe fare, per quanto accorato e devoto: il guru è come un dio (gurudeva) che grazie alla propria potenza spirituale "trasmette" al discepolo la dottrina e gli oggetti della tradizione. Per esempio, un mantra non può essere appreso semplicemente ascoltandolo (né tantomeno apprendendolo da un testo): deve e può solo essere passato dal guru al discepolo (guru sisya parampara). Fra i due si stabilisce una relazione intima che ha i caratteri della riservatezza, della devozione e dell'obbedienza.

 

Va detto che questo stato di cose, questo lignaggio iniziatico, non è esclusivo del tantrismo, bensì comune a tutte le scuole indù. Nelle tradizioni tantriche alcuni caratteri risultano però ben marcati: la segretezza e la devozione. Come si è accennato, il guru è considerato manifestazione divina, a lui si deve non soltanto obbedienza ma anche devozione nel senso stretto del termine. Per esempio, la gurupaduka, l'impronta dei piedi del guru, va vista come il segno della presenza divina, e come tale adorata e omaggiata. L'iniziato, il tantrika, continuerà la sua via verso la realizzazione spirituale (sadhana) e un giorno potrà diventare guru egli stesso. Toccherà quindi a lui perpetuare (sampradaya) la dottrina, in quella che è una successione di maestri (guru parampara) che così tramandano la disciplina.

 

Vi sono una serie di caratteristiche peculiari dell'universo tantrico in sé, aspetti atti a riconoscere ciò che è "tantrico". Essi sono:

 

Immanenza: l'universo e gli esseri umani sono permeati dell'energia divina, la shakti, personalizzata come una Dea.

Trasmissione: il tantrika è un iniziato, il che implica la presenza di un maestro, il guru, e una trasmissione della dottrina (sampradaya) di maestro in maestro.

Segretezza: le dottrine e le pratiche hanno il carattere della segretezza.

Puja: il rituale di adorazione di una divinità è quello della puja, che è sempre tantrica nella sua struttura anche se rivolta a una divinità non tantrica.

Mandala: il pantheon, sempre vasto, è organizzato in mandala.

Mantra: l'oralità, la parola (vac), assume un ruolo centrale in tutte le pratiche e i riti, i mantra sono onnipresenti; molti di essi altro non sono che la forma fonica di divinità.

Yoga: esistenza di uno stretto legame con lo yoga.

Va qui detto esplicitamente che lo Yoga cui il Tantra fa riferimento non è né il Kriya Yoga né l'Astanga Yoga presentato da Patanjali nel suo basilare Yoga Sutra (lo Yoga classico cioè), ma lo Hathayoga. Altrettanto esplicitamente va fatto notare che qui non si parla dello Hathayoga moderno (occidentale e indiano), invero versione reinterpretata di elementi tradizionali, ma dello Hathayoga che risulta dai testi classici, come la Gheranda Samhita, la Hathayogapradipka o lo Shiva Samhita. Proprio per evitare questa confusione, molti autori preferiscono servirsi del termine "Kundalini Yoga".

 

Il Tantrismo si può definire come una via pratica ai poteri sovrannaturali e alla liberazione; consiste nell'uso di pratiche e tecniche specifiche (rituali, corporee e mentali), che sono sempre associate ad una dottrina particolare. Il principio chiave del tantra risiede nel fatto che l'universo che noi sperimentiamo sia la concreta manifestazione dell'energia divina che lo crea e lo mantiene: le pratiche tantriche cercano di contattare e incanalare quell'energia all'interno del microcosmo umano.

FONTE

www.wikipedia.org

"Il Pensiero Yoga" di Peter Connolly (EDIZIONI RED)

www.aghori.it