Che cos'è lo yoga


Samkhya

Il Samkhya è una scuola di pensiero indiana nata durante il brahmanesimo (800 a.C. - 300 d.C.). Sebbene non teista, questa filosofia, costituisce uno dei sistemi ortodossi (darsana) nella cultura religiosa hindu. Il termine sanscrito samkhya, significherebbe “enumerazione”, con riferimento alla classificazione dei principi cosmici e individuali cui riportare tutto ciò che è manifesto. Un altro possibile significato è “discriminazione”, con riferimento al fine della dottrina, quello di distinguere fra lo spirito (purusha) e la materia (prakrti). Il fondatore di questa scuola è stato il mitico Kapila. Di questo personaggio, come spesso accade nella cultura indiana, non abbiamo molti riferimenti storici, quindi ci limiteremo ad esporre la sua dottrina.

 

Come si è detto il Samkhya è una darsana che riconosce l'autorità dei Veda. In realtà è un sistema che ne prescinde quasi totalmente, poiché pur utilizzando il concetto di purusha (l'uomo originario dei Veda), ne fa un semplice modello, qualcosa di simile all'anima nella cultura occidentale. La filosofia Samkhya è un dualismo realistico fondamentalmente ateo, che esclude qualsiasi concetto di divinità, e si limita a considerare le individualità umane (i purusha) e la materia (la prakrti).

 

Secondo questo sistema filosofico, l'intera realtà scaturisce dalla relazione fra due principi onnipervadenti ed eterni, quello pluralistico dei purusa e quello evoluzionistico della prakrti, la materia. I purusha sono gli spiriti delle individualità umane, che sono di numero infinito. Questi purusha, sono spettatori passivi delle evoluzioni della prakrti, che è completamente pervasa da tre qualità costitutive, i tre guna: sattva, rajas e tamas. Queste entrano nella composizione di qualsiasi manifestazione della natura, e corrispondono rispettivamente alla “leggerezza” e "luminosità”, al “dinamismo”, alla “pesantezza" e "oscurità”. Quando la quiete della prakrti, cioè l'equilibrio tra i tre guna, viene alterata, si ha l'inizio di un nuovo universo, e quindi l'avvio del mondo manifesto. Questa alterazione dello stato originario di quiete è dovuta alla stretta vicinanza tra purusha e prakrti. Il Purusha va infatti considerato come l'ispiratore, che con la sua presenza, dona coscienza e vitalità all'intero creato, che nell'uomo diviene anima e assume l'aspetto di colui che conosce e non agisce. La prakrti invece, è un ente agente e non cosciente.

 

Secondo la teoria cosmologica indiana, l'universo ha un'evoluzione periodica, il tempo è circolare non lineare. Ogni qual volta il tempo riprende, una nuova evoluzione dell'universo a origine. Prima che il tempo riprenda, il cosmo è immanifesto, la prakrti giace in uno stato di quiete, ed è soltanto in questo stato che ha i tre guna in equilibrio. A causa del karma di chi non ha raggiunto la liberazione (moksa), e destinato a reincarnarsi, lo stato di equilibrio viene alterato e un nuovo ciclo prende inizio. Questo passaggio di stato, avviene quindi per cause etiche, e l'intero susseguirsi dei cicli avrà termine soltanto quando tutti gli esseri avranno raggiunto la liberazione.

 

Da tutto questo derivano i 25 principi (tattva), che strutturano il sistema del Samkhya. Con da una parte il Purusha (lo spirito) e dall'altra la prakrti (la materia). La prima manifestazione della prakrti è l'Intelletto (buddhi). Questo è l'elemento più sofisticato della prakrti, sede delle latenze, accumulate nelle vite passate, e delle disposizioni personali. L'intelletto è il solo che può consentire il discernimento fra prakrti e purusha.

 

Dall'Intelletto ha origine il Senso dell'Io (ahamkara), che è il principio di individuazione, quello che consente di rapportare gli eventi alla persona, che fa dire all'individuo <<io sento>>, <<io penso>>, <<io gioisco>>, eccetera. Queste percezioni sono però, in realtà, aspetti della materia stessa, il soggetto non è reale. E' questo aspetto della prakrti, la causa della confusione col purusha, perché da un lato l'ahamkara si illude d'essere altro dalla materia, dall'altro il purusha si afferma come quello che non è.

 

Da Ahamkara, sotto l'influsso di Sattva guna, si sviluppa Manas, la Mente cosmica, il principio cognitivo. Manas sintetizza le informazioni ricevute dai sensi. Questa è la mente sensoriale esposta al continuo fluire delle vritti prodotte dall'interazione tra sensi ed oggetti. Manas è come uno schermo dove vengono proiettate le immagini che i sensi hanno raccolto dal mondo fenomenico, immagini con le quali l'ego si identifica e che generalmente sono distorte e non corrispondenti alla vera realtà.

 

Da qui si ha appunto la cosiddetta serie sensoriale, costituita oltre che dalla mente, dai cinque sensi di conoscenza: occhio, naso, orecchio, lingua, pelle, e dai cinque organi di azione: parola, mano, piede, organi escretori, organi sessuali.

 

Da Ahamkara, sotto l'influsso di Tamas guna, sono generati i cinque Tanmatra, gli elementi potenziali e archetipici appartenenti alla manifestazione sottile e che generalmente non sono percepibili ma desumibili per inferenza. Essi sono le essenze di: suono, tatto, forma, sapore e odore.

 

A partire da questi ultimi evolvono i cinque Mahabhuta, gli elementi grossi: etere, aria, fuoco, acqua e terra.

Il Samkhya descrive com’è fatta la natura delle cose, di quali elementi è composta, esponendoli dal più sottile al meno sottile, descrizione che riguarda sia il macrocosmo che il microcosmo, universo e uomo.

Secondo questo scuola di pensiero, la fisiologia umana è classificata in diverse parti:

  • bhuta, i cinque elementi
  • jnanendriya, i cinque organi di senso che ci permettono di acquisire la conoscenza delle cose
  • karmendriya, i cinque organi motori, tutto ciò che ci permette di compiere le azioni
  • tanmatra, le cinque modalità esperienziali, sempre legate alla nostra capacità di venire a contatto con le cose del mondo
  • manas, la mente, che ci permette di percepire il mondo esterno, proprio attraverso i sensi, ma anche di percepire il nostro mondo interiore.

Il Samkhya, va quindi letto dal basso verso l’alto, ripercorrendo la via della coscienza a ritroso, per riconoscere tutti gli elementi che compongono l’universo, perché si basa sull’esperienza materiale. Perciò, dopo bhuta, jnanendriya, karmendriya, tanmatra e manas, a salire troviamo ahamkara, il senso di Sé, quello che conosciamo come “Io”, per giungere a buddhi, l’intelletto, che ci porta ancora più in alto, a prakrti, la natura, o meglio, la materia, il tutto, la matrice. E prakrti è composta dai tre guna (tamas, satva e rajas) che devono essere equilibrati e non prevalere l’uno sull’altro. È lo squilibrio di prakrti, infatti, a dar vita a ulteriori tattva che poi originano il tutto. Sull’ultimo scalino troviamo purusha, lo spirito, l'anima individua, l'atman descritta nelle Upanishad.

 

Lo yogi intraprende la scalata per imparare a padroneggiare e far cessare le fluttuazioni mentali che arrecano sofferenza, che sono il frutto dell'interazione con prakrti, il mondo materiale e del senso dell"Io" che si identifica con quello che non è.

FONTI

www.wikipedia.com

www.amadeux.net

www.ilgiornaledelloyoga.it