Che cos'è lo yoga


Filosofia

Per comprendere lo yoga, è necessario conoscere le prerogative del pensiero filosofico indiano. Per la maggior parte degli occidentali, il tempo è lineare, inizia con la creazione dell'universo, intesa come Big Bang o atto di Dio creatore e procede verso un punto finale. In India, invece, prevale una concezione ciclica del tempo. Per alcuni maestri indiani, noi siamo spiriti eterni, e la creazione è un processo ciclico, che si ripete ogni miliardi di anni e riguarda solo l'aspetto materiale della vita.

 

Quindi noi siamo anime eterne che continuamente rinascono. Questo ciclo di continue rinascite, si chiama "samsara". Il "samsara", è determinato dalle azioni che compiamo, il "karma". Il "karma" è quindi quell'azione che determina il ciclo delle rinascite.

 

Gli indiani di fatto, non hanno concepito la vita come una lotta tra il bene e il male, ma tra l'ignoranza, l'"avidya", e la realtà, cioè tra quello che pensiamo di essere e ciò che siamo realmente, ciò che gli indiani chiamano genericamente come "maya", illusione. Lo yoga è quel cammino che serve a sottrarsi a questa "maya".       

Karma

Secondo le leggi della fisica, ad una azione corrisponde una reazione uguale e contraria. Questo in sintesi è lo stesso concetto su cui si basa la dottrina del karma. La reazione in questo caso è però a livello potenziale, cioè si forma un "seme karmico" detto samskara. Il samskara è come un'impressione che viene creata nel livello profondo dell'esistenza, generando a sua volta legami e condizionamenti.

 

In ogni area del cervello vi sono milioni e milioni di impressioni depositate in forma di archetipi. Questi archetipi, in se stessi, sono la somma totale di ogni singola esperienza della vita, che chiamiamo karma.

 

Proprio come un apparecchio fotografico registra sul negativo ciò che viene fotografato, nello stesso modo, ogni esperienza che noi facciamo, consciamente o anche inconsciamente, viene registrata nella mente subcosciente e nel corso del tempo viene trasformata in ciò che chiamiamo un archetipo. Come un albero che ogni anno produce dei semi, e nel corso della sua vita ne produce milioni, nello stesso modo la mente umana produce milioni di semi dalle proprie esperienze e questi semi sono conosciuti come samskara. Questi samskara sono accumulati negli strati della coscienza interiore dell'uomo.

 

Lo strato più profondo sul quale i samskara vengono incisi ed elaborati è l'inconscio, dove rimangono in forma latente. Il secondo strato dei samskara non è molto profondo, è il livello del subconscio, dove i samskara si trovano in via di transizione, manifestazione e deposito. Il terzo strato dei samskara è in via di maturazione e fruttificazione a livello della consapevolezza cosciente. Nella dottrina del karma questi tre livelli si conoscono come karma correnti, karma accumulati e destino. I nostri samskara condizionano la mente a reagire secondo desiderio ed avversione. Sulla base dei samskara si fondano attaccamento, paura, passione, ecc.. 

 

Il karma è in un certo senso la somma dei samskara, una volta maturati, diventano frutti di cui dobbiamo fruire. In questo modo dobbiamo ritornare al mondo per godere di questi frutti. Al momento della morte il samskara (o i samskara) che predominano nella mente, determineranno l'incarnazione successiva.

Maya

La maya è la psiche e il subconscio, che si contrappongono alla Coscienza luminosa. Tutta l'esperienza è un contrasto fra l'irrompere di questa maya, che comincia ad operare con la vita stessa, che è anzi la vita stessa, e quell'Essere coscienziale; il processo vitale è una fatale tendenza al prevalere della maya: maya obbiettivamente è la libertà magica, che crea la propria rete intorno a quella luce e la offusca e nasconde. Ma questa maya non è una forza miracolosamente sorta dal nulla, ma nasce da quella coscienza cosmica, nell'unità della coscienza primordiale che in sé la contiene. 

 

In virtù di questa germinale presenza della maya la nostra psiche, che deriva dalla sua opera, è bivalente: mentre da un lato può dissolversi sempre più nella negazione di quella luce fino ad offuscarla del tutto, essa può dall'altra, quasi sospinta da quel barlume non del tutto spento in lei, districarsi dalla notte, ritrovare in noi la essenziale divinità e indurci a ripercorrere a ritroso il cammino fino al piano oltre la maya.

 

E' chiaro come l'ansia della gnosi indiana consista nel tentativo eroico di sottrarsi all'impero della maya, d'uscire dalla rete nella quale essa ci imprigiona e che noi stessi arricchiamo con la ignoranza di ciò che siamo realmente. Così mercé l'opera della maya e dell'ignoranza (avidya) si svolgono il mondo spaziotemporale, nel quale siamo decaduti, e la nostra stessa psiche, cioè la dualità che non si origina fuori, ma dentro alla stessa coscienza essenziale, per l'insorgere in lei della sua forza mayica. La quale appunto è una libertà magica; è causa del samsara (ciclo delle rinascite), della vita, del processo di obiettivazione e di personificazione; è il molto rispetto all'uno, forza centrifuga in virtù della quale quella coscienza essenziale finirà col profondare nella notte dell'inconscio, giù giù fino a diventare negazione di sé medesima, materialità; è il contrapporsi provvisorio di un inconscio di fronte a quella coscienza, una arbitraria creazione di immagini.

Pura Coscienza

Il Vedanta, la speculazione che muove dalle Upanishad, la chiamò Brahman e ne ritrovò in noi la misteriosa presenza come atman, io segreto, pura luce, principio primo, unica realtà in mezzo all'oceano di ciò che diviene. Le scuole shivaite la chiamano Shiva o Para-samvit, suprema consapevolezza, che si effonde ed espande in tutto ciò che è. Esse infatti, a differenza del Vedanta monistico, sostengono che il mondo non è irreale ma il dispiegarsi di Dio, la sua veste.

 

Il Buddhismo primitivo aveva postulato l'esistenza di due piani fra i quali non esiste nessuna comunicazione, due mondi assolutamente diversi: da una parte il mondo samsarico, il nostro, nel quale opera il karma e continuamente si muore e si rinasce; da un'altra parte il piano nirvanico realizzato con un salto qualitativo quando il karma e la sua forza siano stati arrestati e soppressi.

 

Questa tesi, nella sua schematica concisione, non poteva accordarsi con l'ontologismo che sempre prevalse nell'indagine indiana e che finì col dominare anche il Buddhismo. Il piano nirvanico venne infatti assai per tempo definito in termini ontologici e fu concepito come un assoluto e anche come la inesauribile potenzialità dell'infinito possibile. Fu un punto di arrivo cui si giunse per diversi gradi: ora si afferma che samsara e nirvana così contrapposti sono equivalenti, in quanto partecipano dello stesso carattere, perché ugualmente privi di essenza, l'unica realtà restando quell'indefinibile quiescenza. Ora si definisce questo ente in termini positivi come coscienza pura senza oggetto né soggetto.

 

A questa coscienza cosmica i Buddhisti dettero diversi nomi: matrice di tutti i Buddha (Tathagatagarbha), identità assoluta (Tathata), piano della potenzialità infinita di tutto ciò che è (Dharmadhatu), essenza non connotata (Dharmata). Ma alcune scuole, quelle dei Vijnanavadin, la dissero Alayavijnana, coscienza-deposito, cioè la intesero come realtà psicologica, psiche collettiva, nella quale le singole esperienze vengono depositate per poi riapparire nel flusso individuale.

 

Sono dunque due le posizioni scelte dal pensiero indiano: da una parte una concezione metafisica la quale postula una realtà immutabile ed eterna cui si contrappone il flusso irreale delle parvenze che sempre divengono; dall'altra parte una costruzione per così dire psicologica del mondo la quale riduce tutto a pensieri ed a relazioni di pensieri, ma questi tuttavia, sebbene effimeri, sono possibili in quanto esiste una forza universa e collettiva che li suscita e li conserva.

La salvazione indiana

Se guardiamo alla tradizione spirituale indiana, si può notare come essa non sia in attesa dell'avvento di nessun salvatore. All'infuori di qualche rara eccezione, la salvazione dell'uomo, dipende da lui medesimo, non c'è nessun intermediario che lo possa salvare. Si può obbiettare che i Buddha o quelle epifanie delle verità supreme, che le scuole visnuite chiamano avatara, aiutano l'uomo a liberarsi, ma ciò avviene solo indirettamente: per il fatto cioè che quelli insegnano la via della salvazione. Ma questa salvazione è opera dell'individuo, della sua capacità di rivivere in sé quegli insegnamenti. Non c'è nessuna grazia che possa modificare il corso del karma: fatalmente si raccoglie quel che si è seminato. Con ciò non vuol dire che la teoria della grazia sia sconosciuta in India: il Buddhismo del Grande Veicolo la conosce; l'Amidismo in Giappone è tutto incentrato nell'attesa della grazia divina, proiettata nella figura di Amitabha (Amida in giapponese); non altrimenti molte scuole visnuite persuadono ad un trepido abbandono nelle braccia della onnipotente misericordia della divinità. Ma ad eccezione di queste scuole particolari l'uomo, in India, per ritrovare in sé la scintilla divina deve affidarsi a se stesso. Egli deve trarre alla luce la suprema realtà nascosta in lui e ciò farà riconoscendola. La verità è una conquista personale alla quale si giunge attraverso un mistero: lunga e faticosa ascesa durante la quale ad uno ad uno debbono eliminarsi gli impedimenti, gli ostacoli, gli offuscamenti che nascondono quella verità sicché alla fine la luce ricercata albeggi; salvo alcune scuole particolari le quali ammettono l'opera della grazia, o il colpo (saktipata), Iddio non brilla mai nell'animo umano, se non insistentemente chiamato, quasi violentemente costretto. Anzitutto desiderio di conoscenza è la frase abituale con cui cominciano tutti i trattati indiani; ma questa conoscenza non è, giova ripeterlo, conoscenza dialettica, logica, discorsiva: la conoscenza dialettica, logica, discorsiva, è un necessario mezzo che serve a costruire lo strumento con cui si lavora. La vera conoscenza, quella cioè che conduce alla consapevolezza di noi medesimi e ricostruire l'equilibrio perduto, è esperienza, perché la conoscenza cui non si adegui l'azione, è non un bene ma un male: quando il conoscere non trasformi la vita e non si realizzi in quella è causa di disarmonia.

FONTI

"Yoga Nidra" di Swami Satyananda Saraswati (Yoga Publications Trust)

"TEORIA E PRATICA DEL MANDALA" di Giuseppe Tucci (Ubaldini Editore - Roma)