Che cos'è lo yoga


Filosofia e spiritualità

La millenaria conoscenza spirituale indiana, passa attraverso i capolavori della sua letteratura. Per alcuni maestri indiani noi siamo spiriti eterni e la creazione è un processo ciclico, che si ripete ogni miliardi di anni e riguarda solo l'aspetto materiale della vita. Questo pensiero ha affascinato ed affascina tutt'oggi moltissimi occidentali. Erwin Schroedinger (1887-1961), fisico austriaco e rifugiato politico, premio Nobel nel 1933 per la Meccanica Quantistica, teneva accanto al letto la Gita, le Upanishad, e vari testi vedici specialmente su Yoga e Samkhya. Egli affermava: "Ci vuole una trasfusione di sangue dall'oriente all'occidente per salvare la scienza occidentale dall'anemia spirituale...l'unica soluzione...si trova nell'antica saggezza delle Upanishad."

 

Huston Smith (nato nel 1919), autore di "Le religioni del mondo", "La scienza e la responsabilità dell'uomo", e "Le religioni dell'uomo", scriveva "quando ho letto le Upanishad, ho trovato una profondità di visione del mondo che a paragone ha ridotto il mio cristianesimo al livello di terza elementare...L'India include così tanto perché la sua anima infinita non esclude nulla."

 

Mascarò (1897-1987) produsse una traduzione della Bhagavad gita. Scriveva, "La letteratura sanscrita è grandiosa. Abbiamo le stupende canzoni dei Veda, lo splendore delle Upanishad, la gloria della Bhagavad gita, la vastità del Mahabharata, la tenerezza e l'eroismo del Ramayana, la saggezza delle favole indiane, la filosofia scientifica del Samkhya, la filosofia psicologica dello Yoga, la filosofia poetica del Vedanta le leggi di Manu, la grammatica di Panini e gli altri testi scientifici, la poesia lirica e i drammi di Kalidasa...La grandezza della Bhagavad gita è la grandezza dell'universo, ma proprio come la meraviglia delle stelle nel cielo si rivela soltanto nel silenzio della notte, la meraviglia di questo poema si rivela nel silenzio dell'anima. L'essenza della Bhagavad gita è la visione della Divinità in tutte le cose e di tutte le cose nella Divinità."

 

Friof Capra (nato nel 1939), americano di origine austriaca, fondatore del Center for Ecoliteracy e autore de "Il Tao della fisica", scriveva, "La fisica moderna ha rivelato che ogni particella subatomica non soltanto compie una danza di energia, ma è una danza di energia, un processo pulsante di creazione e di distruzione. La danza di Shiva è l'universo che danza, il flusso incessante di energia che attraverso una varietà infinita di schemi, che si fondono l'uno nell'altro. La scala di questo antico mito è stupefacente; ci sono voluti più di duemila anni perché la mente umana arrivasse di nuovo a un concetto simile. Le due basi della fisica del ventesimo secolo la fisica dei quanta e la teoria della relatività ci costringono a guardare il mondo in modo molto simile a come lo vedono un induista o un buddhista."

 

Il gallese Brian David Josephson (nato nel 1940), pioniere della superconduttività e dello studio dei campi magnetici, sostenitore della possibilità dei fenomeni parapsicologici, capo del progetto di Unificazione Mente-Materia, e premio Nobel 1973 per la fisica, ha scritto, "il Vedanta e il Samkhya possiedono la chiave alle leggi della mente e del pensiero che sono collegate con il campo Quantico, cioè con le funzioni e la distribuzione delle particelle al livello atomico e molecolare."

 

L'elenco delle citazioni potrebbe durare ancora a lungo, ma questo serve a evidenziare come una civiltà antica possa aver raggiunto un livello di comprensione dell'universo e della vita in generale, senza l'ausilio di tecnologie moderne, ma soltanto con l'osservazione e l'auto-osservazione dei fenomeni che ci circondano e che sono dentro di noi. 


UPANISHAD

Le Upanishad sono un insieme di testi religiosi e filosofici composti a partire dal IX – VIII secolo a.C. fino al VI secolo a.C., e progressivamente ne furono aggiunti altri, le Upanishad posteriori, fino al XVI secolo, raggiungendo il numero complessivo di circa trecento opere. Il termine Upanishad deriva dalla radice verbale sanscrita shad (sedere) e dai prefissi upa e ni (vicino) ossia “sedersi vicino”, ma più in basso, accanto ad un guru, o un maestro spirituale, suggerendo l'azione di ascolto di insegnamenti spirituali. Questo anche per ricordare che in passato questi insegnamenti venivano trasmessi per via orale, solo a chi ne era degno. Le Upanishad del periodo vedico (800 a.C. - 300 a.C.) sono quattordici: l'Aitareya, la Kaushitaki, la Chandogya, la Kena, la Taittiriya, la Katha, la Svetasvatara, la Mahanarayana, la Maitry, la Brhadaranyaka, la Isha, la Prasna, la Mundaka e la Mandukya. Questi testi, come i Brahmana e gli Aranyaka, si ricollegano ai quattro Veda, ed insieme ad essi, rappresentano la Sruti, ovvero la sapienza, trasmessa direttamente dall'Assoluto.

 

Le Upanishad sono i testi più antichi in cui vengono introdotti i concetti di samsara (pellegrinaggio, in questo caso da una vita all'altra), karma (azione), inteso come principio morale iscritto nell'universo, e moksa, la liberazione dall'intero processo. Il riferimento più antico allo yoga come a una pratica spirituale si trova nella Tattiriya Upanishad. L'Upanishad contiene un famoso passaggio in cui viene illustrata la dottrina delle cinque persone o strati (successivamente chiamati "involucri" o "guaine", kosha) che costituiscono l'individuo.

 

Nella Prasna Upanishad, abbiamo espressi i concetti dei 5 prana e delle Nadi che attraversano il corpo.

 

Nella Mandukya Upanishad, abbiamo la descrizione del mantra Om.

 

Nella Katha Upanishad, troviamo i primi inequivocabili riferimenti a un sistema di pensiero e di pratica che si possa definire yogico. Nell'Upanishad la mente viene paragonata alle redini di un carro, il corpo e i sensi ai due cavalli. A controllare la mente è l'intelletto (buddhi), paragonato a un auriga. Al di sopra dell'intelletto si trova il padrone del carro, il sé (atman). 

 

Nella Maitry Upanishad si parla di una pratica yogica a sei livelli: controllo del respiro (pranayama), ritrazione dei sensi (pratyahara), concentrazione (dhyana), concentrazione profonda (dharana), contemplazione (taraka) e assorbimento (samadhi).

Upanishad posteriori

In aggiunta alle Upanishad vediche troviamo delle Upanishad considerate posteriori in quanto di epoca medievale. La maggioranza di queste Upanishad è composta in sanscrito classico ed è collegata all'Atharvaveda, risentendo l'influenza della filosofia samkya, di quella di indirizzo yogico, e delle dottrine teistiche shivaite, vishnuite o delle tradizioni del tantra. Le Upanishad posteriori possono essere così suddivise:

 

Upanishad del Vedanta. Sono circa una trentina, che rispecchiano come stile e dottrine le Upanishad vediche, senza addentrarsi in analisi. Tra queste la Muktika, la Garba, l'Atman, l'Adhyatman, la Brahma, la Niralamba, l'Atmabodha e la Pinda.
Upanishad dello Yoga. Riflettono le pratiche ascetiche tipiche degli ambienti yogici dove sono state elaborate. L'intera raccolta è questa:
Nadabindu, Amrtanada, Amrtabindu, Ksurika, Dhyanabindu, Brahmavidya, Yogakundalini, Yogatattva, Yogasikha, Trisikhibrahmana, Mandala-brahmana, Hamsa, Darsana, Yogachudamani, Pasupatha-Brahma, Mahavakya e Sandilya.
Upanishad Samnyasa. Sono Upanishad dei samnyasa, gli asceti rinuncianti. Hanno come obbiettivo il distacco dal samsara. Da ricordare la Samnyasa, l'Ashrama, la Naradaparivrajaka, la Paramahamsa, la Tejobindu, la Varaha, la Maitreyi e l'Advayataraka.
Upanishad Mantra. Sono Upanishad che hanno come oggetto le sillabe e i suoni, tra queste: la Tarasara, la Kalisantarana e la Narayana.
Upanishad shivaite. Ispiratrice di queste Upanishad potrebbe essere la vedica Svetasvatara Upanishad con il ruolo importante affidato a Rudra, divinità vedica precursore di Shiva. In queste Upanishad, Shiva viene identificato come espressione del Sé (atman). Tra queste: la Kaivalya, la Nilarudra e la Kalagnirudra.
Upanishad vishnuite. Secondo la tradizione, ispiratrice di queste Upanishad, è la vedica Isha Upanishad. In queste Upanishad, Visnu viene identificato come espressione del Sé. Tra queste: la Maha, la Nrsimhapurvatapaniya, la Ramapurvatapaniya e la Nrsimhottaratpaiya.
Upanishad shakta. Sono ispirate dalle tradizioni del tantra, tra queste ricordiamo: l'Annapuma, la Devi, la Tripuratapani, la Tripura, la Bhavana, la Sita, la Saubhagya, la Sara e la Bahvrca. 

SAMKHYA

Il Samkhya è una scuola di pensiero indiana nata durante il brahmanesimo (700 a.C.). Sebbene non teista, questa filosofia, costituisce uno dei sistemi ortodossi (darsana) nella cultura religiosa hindu. Il termine sanscrito samkhya, significherebbe “enumerazione”, con riferimento alla classificazione dei principi cosmici e individuali cui riportare tutto ciò che è manifesto. Un altro possibile significato è “discriminazione”, con riferimento al fine della dottrina, quello di distinguere fra lo spirito (purusha) e la materia (prakrti). Il fondatore di questa scuola è stato il mitico Kapila. Di questo personaggio, come spesso accade nella cultura indiana, non abbiamo molti riferimenti storici, quindi ci limiteremo ad esporre la sua dottrina.

 

Come si è detto il Samkhya è una darsana che riconosce l'autorità dei Veda. In realtà è un sistema che ne prescinde quasi totalmente, poiché pur utilizzando il concetto di purusha (l'uomo originario dei Veda), ne fa un semplice modello, qualcosa di simile all'anima nella cultura occidentale. La filosofia Samkhya è un dualismo realistico fondamentalmente ateo, che esclude qualsiasi concetto di divinità, e si limita a considerare le individualità umane (i purusha) e la materia (la prakrti).

 

Secondo questo sistema filosofico, l'intera realtà scaturisce dalla relazione fra due principi onnipervadenti ed eterni, quello pluralistico dei purusa e quello evoluzionistico della prakrti, la materia. I purusha sono gli spiriti delle individualità umane, che sono di numero infinito. Questi purusha, sono spettatori passivi delle evoluzioni della prakrti, che è completamente pervasa da tre qualità costitutive, i tre guna: sattva, rajas e tamas. Queste entrano nella composizione di qualsiasi manifestazione della natura, e corrispondono rispettivamente alla “leggerezza” e "luminosità”, al “dinamismo”, alla “pesantezza" e "oscurità”. Quando la quiete della prakrti, cioè l'equilibrio tra i tre guna, viene alterata, si ha l'inizio di un nuovo universo, e quindi l'avvio del mondo manifesto. Questa alterazione dello stato originario di quiete è dovuta alla stretta vicinanza tra purusha e prakrti. Il Purusha va infatti considerato come l'ispiratore, che con la sua presenza, dona coscienza e vitalità all'intero creato, che nell'uomo diviene anima e assume l'aspetto di colui che conosce e non agisce. La prakrti invece, è un ente agente e non cosciente.

 

Secondo una teoria cosmologica, l'universo ha un'evoluzione periodica, il tempo è circolare non lineare. Ogni qual volta il tempo riprende, una nuova evoluzione dell'universo a origine. Prima che il tempo riprenda, il cosmo è immanifesto, la prakrti giace in uno stato di quiete, ed è soltanto in questo stato che ha i tre guna in equilibrio. A causa del karma di chi non ha raggiunto la liberazione (moksa), e destinato a reincarnarsi, lo stato di equilibrio viene alterato e un nuovo ciclo prende inizio. Questo passaggio di stato, avviene quindi per cause etiche, e l'intero susseguirsi dei cicli avrà termine soltanto quando tutti gli esseri avranno raggiunto la liberazione.

 

Da tutto questo derivano i 25 principi (tattva), che strutturano il sistema del Samkhya. Con da una parte il Purusha (lo spirito) e dall'altra la prakrti (la materia). La prima manifestazione della prakrti è l'Intelletto (buddhi). Questo è l'elemento più sofisticato della prakrti, sede delle latenze, accumulate nelle vite passate, e delle disposizioni personali. L'intelletto è il solo che può consentire il discernimento fra prakrti e purusha.

 

Dall'Intelletto ha origine il Senso dell'Io (ahamkara), che è il principio di individuazione, quello che consente di rapportare gli eventi alla persona, che fa dire all'individuo <<io sento>>, <<io penso>>, <<io gioisco>>, eccetera. Queste percezioni sono però, in realtà, aspetti della materia stessa, il soggetto non è reale. E' questo aspetto della prakrti, la causa della confusione col purusha, perché da un lato l'ahamkara si illude d'essere altro dalla materia, dall'altro il purusha si afferma come quello che non è.

 

Da Ahamkara, sotto l'influsso di Sattva guna, si sviluppa Manas, la Mente cosmica, il principio cognitivo. Manas sintetizza le informazioni ricevute dai sensi. Questa è la mente sensoriale esposta al continuo fluire delle vritti prodotte dall'interazione tra sensi ed oggetti. Manas è come uno schermo dove vengono proiettate le immagini che i sensi hanno raccolto dal mondo fenomenico, immagini con le quali l'ego si identifica e che generalmente sono distorte e non corrispondenti alla vera realtà.

 

Da qui si ha appunto la cosiddetta serie sensoriale, costituita oltre che dalla mente, dai cinque sensi di conoscenza: occhio, naso, orecchio, lingua, pelle, e dai cinque organi di azione: parola, mano, piede, organi escretori, organi sessuali.

 

Da Ahamkara, sotto l'influsso di Tamas guna, sono generati i cinque Tanmatra, gli elementi potenziali e archetipici appartenenti alla manifestazione sottile e che generalmente non sono percepibili ma desumibili per inferenza. Essi sono le essenze di: suono, tatto, forma, sapore e odore.

 

A partire da questi ultimi evolvono i cinque Mahabhuta, gli elementi grossi: etere, aria, fuoco, acqua e terra.

YOGA SUTRA

La prima grande opera indiana che descrive e sistema le tecniche dello yoga è lo Yoga Sutra. Lo Yoga Sutra (aforismi sullo Yoga) è un testo filosofico fondamentale nella disciplina dello Yoga (400 - 200 a.C.). L'autore dello Yoga Sutra è Patanjali del quale però abbiamo pochissimi riferimenti storici. Il suo insegnamento è contenuto in una serie di sutra che spiegano come, con il controllo di sé e la padronanza della mente e della sua attività (vrtti), si arrivi all'intima unione con la Divinità interiore. Il testo è suddiviso in quattro sezioni (pada): Samadhi Pada, Sadhana Pada, Vibhuti Pada, Kaivalya Pada. 

 

Samadhi Pada

In questo Pada viene introdotto e illustrato lo Yoga come mezzo per il raggiungimento del samadhi, lo stato di beatitudine nel quale si consegue la liberazione dal ciclo delle rinascite (samsara). Nel sutra I.2 Patanjali definisce lo Yoga come soppressione (nirodhah) degli stati (vrtti) psicomentali (citta). Il termine citta è la massa psichica intesa come ciò che elabora l'insieme di tutte le senzazioni, dall'esterno e dall'interno. Vrtti vuol dire letteralmente vortice, cioè l'attività ordinaria della citta, continuamente trascinata dal pensiero e dalle sensazioni, quindi la soppressione degli stati della mente.

( Yoga Sutra: I, 2 )
( Yoga Sutra: I, 2 )

Cinque sono gli stati psicomentali: retta conoscenza (la mente, tramite la percezione, l'inferenza e l'autorità, produce pensieri non contraddittori), falso sapere (la mente costruisce pensieri non aderenti alla realtà), immaginazione (la mente si astrae dalla realtà e tenta di descriverla verbalmente), sonno (la mente elabora in assenza di oggetti concreti), memoria (la mente rievoca esperienze precedenti). La pratica costante permette di inibire questi possibili stati della mente, che sono l'ostacolo al raggiungimento del samadhi. Il samadhi può essere di due tipi, con seme o sostegno (samprajnata samadhi), e senza seme (asamprajnata samadhi). Il primo è quello in cui tutti gli stati psico-mentali sono ormai inibiti tranne quello che consente la meditazione stessa, nel secondo scompare qualsiasi forma di coscienza. Patanjali prosegue quindi descrivendo le quattro specie del samprajnata samadhi ( I, 42 – 51 ): 

 

42. Savitarka samadhi, è il samadhi in cui lo yogin è ancora incapace di discriminare tra vera conoscenza, conoscenza basata sulle parole e conoscenza fondata sul ragionamento o le percezioni dei sensi, che permangono nella mente in forma confusa, mescolandosi tra loro.

43. Il Nirvitarka samadhi si consegue allorché, la memoria viene purificata e la mente è in grado di percepire la vera natura delle cose, senza contaminazione alcuna.

44. Le spiegazioni fatte per il Savitarka samadhi e per il Nirvitarka samadhi, chiariscono anche i livelli di samadhi più elevati, ma in quegli stati, detti Savichara samadhi e Nirvichara samadhi, gli oggetti di meditazione sono di gran lunga più sottili.

45. La regione dei samadhi connessa con questi oggetti più sottili si estende fino allo stadio privo di forma delle energie sottili.

46. Questi samadhi frutto della meditazione su un oggetto sono detti samadhi con seme, e non danno libertà dal ciclo della rinascita.

47. Allorché, si consegue la purezza suprema nello stato di Nirvichara Samadhi, si ha il sorgere di una luce spirituale. 48. In questa calma interiore, data dal Nirvichara samadhi, la consapevolezza si colma di verità.

49. Nello stato di Nirvichara samadhi, l'oggetto viene sperimentato nella sua dimensione reale, poiché in questo stato si consegue una conoscenza diretta, libera dall'utilizzo dei sensi.

50. Le percezioni che si conseguono nel Nirvichara samadhi trascendono tutte le percezioni normali sia per estensione che per intensità.

51. Allorché, questo controllo su tutte le altre forme di controllo viene trasceso, si consegue il samadhi senza seme, e con esso si è liberi dalla vita e dalla morte. 

 

( Yoga Sutra I, 42 – 51 ) 

 

Sadhana Pada 

In questo Pada vengono descritti il Kriya Yoga (lo Yoga della purificazione) e l'Ashtanga Yoga (lo Yoga degli otto stadi, noto anche come Raja Yoga, lo Yoga regale). Sadhana ha qui il significato di “sentiero”, cioè quel percorso che lo yogin deve intraprendere per raggiungere la liberazione. Nel sutra II, 2 il Kriya Yoga è definito come quella disciplina la cui osservanza è in grado di eliminare gli stati dolorosi (klesa). Questi stati dolorosi sono cinque: ignoranza (avidya), sentimento di individualità (asmita), attaccamento (raga), disgusto (dvesa), volontà di vivere (abhinivesa). Questi stati dolorosi compiuti in questa e nelle precedenti vite, sono la causa del karma, e ciò che adesso facciamo influenzerà anche la posizione sociale, la durata e le esperienze della prossima vita. La avidya è proprio la mancata presa di coscienza di questa sofferenza universale. Essa è alla base di ogni altra sofferenza. La asmita è credere che ciò di cui siamo fatti sia in qualche modo il soggetto ultimo che percepisce il mondo, confondere cioè materia (il soggetto agente-percepente) e spirito (il soggetto cosciente). Questi primi due stadi sono di origine intellettuale, mentre i secondi due, raga e dvesa (attaccamento alle cose piacevoli e avversione per quelle spiacevoli) sono emozionali. Il quinto, abhinivesa (attaccamento alla vita o paura della morte) è originato dall'istinto. Essi sono dunque in relazione con le principali aree del nostro cervello. Quindi Patanjali, continua la descrizione di questo sentiero verso il samadhi con l'enunciazione dell'ashtanga (le otto fasi dello Yoga): 

 

1. Yama: astinenze, regole di comportamento;

  • Ahimsa: non violenza
  • Satya: verità (non mentire)
  • Asteya: non rubare
  • Brahmacarya: castità (autolimitazione)
  • Aparigraha: non avidità
2. Niyama: osservanze, autodisciplina;
  • Sauca: pulizia, salute fisica, purezza
  • Santosa: appagamento, felicità della mente, accontentarsi
  • Tapas: ardore, fervore nel lavoro, desiderio ardente di evoluzione spirituale
  • Svadhyaya: studio di sé stessi, ricerca interiore
  • Ishvara pranidhana: la resa al Signore di tutte le nostre azioni
3. Asana: posizioni fisiche, posture;
4. Pranayama: controllo della respirazione e del flusso vitale;
5. Pratyahara: ritrazione dai sensi dai loro oggetti;
6. Dharana: concentrazione;
7. Dhyana: meditazione;
8. Samadhi: unione del meditante con l'oggetto della meditazione.
I freni e le discipline (yama e niyama) riguardano l'aspetto etico della vita dello yogin, essi tendono a creare uno stato di purificazione indispensabile. Le posizioni, il controllo della respirazione e la ritrazione dei sensi (asana, pranayama e pratyara) costituiscono invece la tecnica yoga propriamente detta. Il retto comportamento unito alla pratica, permettono di sperimentare le ultime tre fasi: la concentrazione, la meditazione e la congiunzione (dharana, dhyana e samadhi).

 

Vibhuti pada

In questo Pada vengono descritte più dettagliatamente le ultime tre fasi dell'Ashtanga Yoga (dharana, dhyana e samadhi), ossia il samyama (dominio dello spirito) e vengono esposti i poteri (vibhuti) che è possibile conseguire con una pratica corretta.

 

1. Dharana, o concentrazione, è il fissarsi della mente sull'oggetto su cui si medita.

2. Dhyana è l'ininterrotta fissità della mente sull'oggetto.

3. Samadhi si ha allorché, la mente si unisce all'oggetto.

4. Questi tre, applicati insieme - dharana, dhyana e samadhi - formano samyama, o equilibrio, che si consegue allorché, scompaiono soggetto e oggetto.

 

( Yoga Sutra III, 1 – 4 )

 

A partire dal sutra III, 16, vengono esposti i poteri, come risultato della pratica del samyama. Concentrandosi su uno o più oggetti e quindi meditando su di essi e realizzando la congiunzione, lo yogin acquista poteri. Alcuni di questi vibhuti sono: conoscenza del passato e del futuro, conoscenza delle vite precedenti, conoscenza degli stati psico-mentali altrui, invisibilità, conoscenza del sistema solare, scomparsa della fame e della sete, levitazione, eccetera. Questi poteri però, non sono e non devono essere il fine dello Yoga, anzi solo il non attaccamento ad essi, permette di proseguire nel giusto sentiero.

 

Kaivalya Pada

Kaivalya vuol dire letteralmente “separazione” o “isolamento”, e si allude alla separazione fra spirito (purusha) e materia (prakrti). Nel settimo sutra di questa sezione, Patanjali scrive così:

 

7. L'azione, o karma, dello yogin non è pura né impura, mentre quella di tutti gli altri è di tre tipi: pura, impura e mista.

 

( Yoga Sutra IV, 7 )

 

Questa distinzione in tre parti del karma, ha una sua corrispondenza con le tre guna. Anche le nostre azioni sono perciò influenzate dai guna: impura (tamas), mista (rajas) e pura (sattva). Così non è per lo yogin che ha raggiunto la perfezione. Egli è al di là delle guna, il che equivale a dire che il karma, la legge di causa ed effetto, non lo vincola più, è libero. Nei successivi sutra Patanjali spiega che gli effetti, o frutti, delle azioni passano da una vita alla successiva, avendo come substrato la memoria e presentandosi come desideri. Passato e futuro sono perciò reali come lo è il presente, gli stati del tempo corrispondono a differenti combinazioni delle guna, il cui gioco ha come effetto di produrre l'illusione del tempo. Dal sutra IV, 16, il filosofo si pone il problema del rapporto fra citta e purusha, fra il prodotto più evoluto della materia e lo spirito, cioè la citta non può conoscere se stessa e:

 

20. E' impossibile per la mente conoscere simultaneamente il percepente e il percepito.

 

( Yoga Sutra IV, 20 )

 

La citta è una, ma mossa da molte impressioni. La sua funzione ultima è e resta quella di agire per il purusha. Quando si sarà compreso pienamente questo rapporto, cioè la distinzione che sussiste fra i due, allora si potrà affermare di essere nel Kaivalya.

 

34. Kaivalya è quando il Purusa è stabile nella sua vera natura, che è pura consapevolezza.

 

( Yoga Sutra IV, 34 ) 

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BHAGAVADGITA

La Bhagavadgita (Canto del Beato), è un poema di contenuto religioso di circa 700 versi (sloka) diviso in 18 canti (adhyaya), contenuto nel VI parva (libro), del grande poema epico Mahabharata (La grande storia di Bharata), uno dei più grandi poemi epici dell'India, scritto dal rishi Vyasa (400 a.C.). La Bhagavadgita, pur facendo parte di questa immensa opera (corrisponde a quattro volte la Bibbia), assume un valore del tutto autonomo per il notevole valore teologico. L'episodio narrato nel poema si colloca nel momento in cui il virtuoso guerriero Arjuna (uno dei fratelli Pandava e prototipo dell'eroe), è in procinto di dare inizio alla battaglia di Kurukshetra, durante la quale si troverà a dover combattere e uccidere i membri della sua stessa famiglia, parenti, mentori e amici, facenti parte della fazione dei malvagi Kaurava, usurpatori del trono di Hastinapura. Di fronte a questa prospettiva drammatica, Arjuna si lascia prendere dallo sconforto e rifiuta di combattere. Attraverso i 18 capitoli della Bhagavad Gita, Krishna (incarnazione di Dio ed identificabile con l'Atman, ovvero il proprio Sé più profondo), indica ad Arjuna le tecniche Yoga per liberarsi definitivamente dal ciclo delle nascite e delle morti, ed ottenere la liberazione (moksa). Dopo una lunga analisi sui concetti di anima, religione, dharma, ad Arjuna viene inoltre spiegata l'importanza dell'azione senza attaccamento al risultato e viene descritto il bhakti yoga, l'unione con Dio attraverso l'amore e la devozione come unico mezzo per raggiungere la perfezione e la moksa.

 

I capitoli sono così suddivisi:

 

  1. Arjuna Vishada Yoga (la Via del Dolore di Arjuna)
  2. Samkhya Yoga (la Via del Samkhya, ovvero la ricerca per il bisogno di vincere e distruggere il dolore)
  3. Karma Yoga (la Via dell'Azione)
  4. Jnana Yoga (la Via della Saggezza Divina)
  5. Karma-Sannyasa Yoga (la Via della Rinuncia ai frutti dell'Azione)
  6. Dhyana Yoga (la Via della Meditazione)
  7. Jnana-Vijnana Yoga (la Via della conoscenza dell'Assoluto)
  8. Akshara-Brahma Yoga (la Via dell'Assoluto imperituro)
  9. Rajavidya-Rajaguhya Yoga (la Via della regale Scienza e del regale Segreto)
  10. Vibhuti Yoga (la Via delle Manifestazioni divine)
  11. Vishvaruna Darshana Yoga (la Via della Visione della Forma Universale)
  12. Bhakti Yoga (la Via della Devozione)
  13. Kshetra-Kshetrajna Vibhaga Yoga (la Via della Distinzione tra il Campo e il Conoscitore del Campo)
  14. Guna-Traya Vibhaga Yoga (la Via della Distinzione fra i tre Guna)
  15. Purushottama Yoga (la Via della Persona Suprema)
  16. Daivasura-Sampad Vibhaga Yoga (la Via della Distinzione tra le Qualità Divine e quelle demoniache)
  17. Shraddha-Traya Vibhaga Yoga (la Via della Distinzione fra i tre tipi di Fede)
  18. Moksha-Sannyasa Yoga (la Via della Liberazione attraverso la Rinuncia).
La Bhagavad Gita è considerata l'essenza di tutta la spiritualità vedica, poiché racchiude il senso delle Upanishad vediche, le quali a loro volta costituiscono un condensato dei quattro Veda. In essa vengono racchiusi i due poli della ricerca soggettiva umana, il monismo e il dualismo.
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VEDANTA

Il Vedanta è tra i darsana, quello che costituisce la base della maggior parte delle scuole moderne dell'Induismo. Vedanta significa in sanscrito la conclusione o summa dei Veda, e si basa sull'interpretazione mistica e cosmologica contenuta in questi testi. Il termine Vedanta si utilizza in riferimento alle Upanishad, ed alle scuole nate dallo studio di esse. Oltre ai Veda quindi, i testi fondamentali del Vedanta sono: le Upanishad, il Vedanta Sutra (che sono anche delle brevi, persino singole interpretazioni di una sola parola della dottrina delle Upanishad), e la Bhagavad Gita. Nessuna interpretazione dei testi è prevalsa sulle altre, e parecchie scuole Vedanta si sono sviluppate e differenziate dalla loro concezione della natura, della relazione e del grado di identità fra il Sé individuale (jiva) e l'Assoluto (Brahman). Queste spaziano dal monismo o non-dualismo (Advaita), al dualismo qualificato o teismo (Vishi-stadvaita), al dualismo (Dvaita). Le scuole Vedanta mantengono tuttavia un certo numero di principi in comune: la trasmigrazione del Sé (Samsara) e l'opportunità della liberazione dal ciclo delle rinascite (moksha); l'autorità dei Veda sulle modalità di liberazione; che il Brahman sia la causa materiale (upadana) che quella strumentale (nimitta) del mondo; che il Sé (Atman) è l'agente dei propri atti (karma) e quindi il destinatario dei frutti o delle conseguenze delle azioni (phala). Queste tre scuole verranno codificate con l'inizio dell'Induismo (300 d.C.).

Adi Shankara

Adi Shankara
Adi Shankara

Adi Shankara (686 – 718 d.C.) nacque a Kaladi, un piccolo villaggio nello stato indiano del Kerala, non visse a lungo ma viaggiò a piedi per tutta l'India, rinnovando lo studio dei Veda. E' stato un filosofo indiano nonché il più famoso esponente della scuola di pensiero dell'Advaita Vedanta, di cui fu il principale unificatore. Shankara ebbe una profonda influenza nello sviluppo e nella crescita dell'Induismo attraverso la sua filosofia non dualistica. Ha difeso la grandezza e l'importanza delle sacre scritture, i Veda, diffondendo una spiritualità fondata sulla discriminazione, senza dogmi o ritualismi. Adi Shankara fu uno dei primi maestri spirituali a denunciare le caste e gli inutili rituali come delle azioni insensate, e grazie al suo profondo carisma, esortò i veri devoti a meditare sull'amore verso Dio al fine di comprendere la Verità ultima. I suoi trattati sulle Upanishad, Bhagavad Gita e Vedanta Sutra, sono testamenti di una mente appassionata e intuitiva che non ammetteva dogmi ma si appellava alla capacità di discriminazione. Uno dei suoi più profondi insegnamenti è che l'astratto filosofeggiare non porta alla moksha (liberazione). Solo attraverso un autentico amore e altruismo governati dalla discriminazione viveka, è possibile raggiungere il proprio Sé reale. La filosofia che propose Shankara fu potente e capitalizzò negli anni il monismo dormiente, e la conoscenza mistica dell'esistenza.

 

La dottrina

Proseguendo la linea di pensiero di alcuni rishi, espresso nelle Upanishad, e in partcolare la testimonianza di Gaudapada, esposta nell'opera principale, la karika, di commento alla Mandukya Upanishad, Shankara espose la dottrina dell'Advaita, che consiste nell'affermare la Realtà assoluta come unica realtà, mentre la realtà fenomenica come continuo divenire e quindi l'unica realtà possibile è quella non duale, mentre il mondo, soggetto al continuo divenire, ha una natura illusoria, in quanto impermanente. Egli definì meglio quanto già espresso nelle Upanishad: la Realtà assoluta o Brahman e la pura Realtà Atman dell'essere individuato jivatman o anima individuale, sono la stessa e unica. Questa realtà è non duale, pertanto realizzabile solo rinunciando ai vincoli del contingente. I tre principali stati di consapevolezza (veglia, sogno e sonno profondo), sono espressione di un quarto stato trascendentale, conosciuto nelle Upanishad come turiya, coincidente con la Realtà assoluta o Brahman. La molteplice natura dei fenomeni e la loro ultima essenza è simboleggiata dal suono Aum, il più sacro tra i mantra induisti. Brahman è al tempo stesso immanente e trascendente, e non solo un concetto panteistico. Inoltre, oltre a assere la causa materiale ed efficiente dell'intero universo, Brahman stesso non è limitato dalla sua auto-proiezione, ed effettivamente trascende tutti gli opposti, tutte le dualità, soprattutto aspetti quali la forma e l'essere, da sempre incomprensibili alla mente umana. L'influsso di Adi Shankara si fece non solo sentire nella meditazione Advaita, ma anche nella pratica e nella conoscenza Induista. I suoi lavori principali sono le Brahma Bhashyas, che rappresentano dei commentari alle Vedanta Sutra e alla Bhagavad Gita, realizzate nello sforzo continuo di ricerca dello stato non-duale, il trattato sull'Advaita, il Vivekacudamani e il Soundarya Lahari. Inoltre questo maestro è conosciuto come l'iniziatore della Bhakti o devozione altruistica, che nel sistema filosofico Advaita si può realizzare soprattutto mediante i bhajan, o canti devozionali, il più famoso dei quali è il Bhaja Govindam. Nonostante sia vissuto solo 32 anni, il suo impatto sull'India e sull'Induismo non può essere passato inosservato, ha favorito il sacerdozio e reintrodotto una forma pura di pensiero Vedico. Fu in grado, viaggiando per tutta l'India, dal Sud fino al Kashmir, di proporre un volto all'Induismo.

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FONTI

"I VEDA" di Giorgio Cerquetti (Om Edizioni)

www.wikipedia.org

"Il Pensiero Yoga" di Peter Connolly (Edizioni Red)

www.guruji.it

www.amadeux.net

www.manaangandhi.blogspot.it

www.visioner.org

www.aghori.it

I quattro sentieri dello yoga

Raja Yoga
Nella scuola di pensiero induista del Vedanta, il Raja Yoga (la Via Regale), detto anche Ashtanga Yoga, è uno dei quattro sentieri di base per raggiungere la salvezza (insieme a Bhakti Yoga, Jnana Yoga e Karma Yoga).


Cosmogonia hindu

La descrizione hindu del processo di genesi dell'universo, pur avendo origini vediche, si è definita con la letteratura raccolta nella Smrti in particolar modo in quella puranica.


Vastu Shastra

La Vastu Shastra, nota anche come Vastu Veda e Vastuvidya, ossia "scienza della costruzione", "architettura" è probabilmente l'architettura olistica più antica del mondo e proviene dalla cultura dell'antica India.