Filosofia e spiritualità


Cosmogonia hindu

SHIVA

Shiva
Shiva

Shiva è una divinità maschile post-vedica, successivamente ripresa nei Veda, indicata con i nomi di Pashupati e Rudra. Fondamento, a partire dall'epoca Gupta, di sette mistiche a lui dedicate. Shiva è divenuto in età moderna, uno dei culti principali dell'Induismo.

 

Ricostruire l'origine del culto di questa importante divinità dell'India antica e moderna è un compito arduo, che non ha trovato completamente concordi gli studiosi che se ne sono occupati. L'ipotesi secondo la quale i sigilli raffiguranti la divinità di un proto-Pashupati (il "Signore degli animali" dei Veda) rinvenuti nella Valle dell'Indo (oggi in Pakistan) possano essere direttamente collegati alla successiva divinità di Shiva, è tuttavia oggi generalmente accettata.

 

La figura di Shiva come una delle principali divinità hindu, Dio poliedrico, possessore di una elaborata mitologia e portatore di una metafisica sofisticata, prende corpo e si afferma coi Purana, quei testi religioso-filosofici che espongono cosmologia e filosofia hindu attraverso le narrazioni delle storie, testi trascritti all'incirca fra il III e il XII secolo.

 

Questo Shiva è il risultato di una progressione lenta ma ininterrotta, un'evoluzione in cui le caratteristiche del Dio hanno finito per inglobare quelle di molti altri dei, come Agni, Dio del fuoco, o Indra, Re del pantheon vedico, ma anche un vasto numero di divinità minori e locali connesse con il sesso, la morte e la fertilità. La funzione distruttrice di Rudra si erge ora a dimensioni cosmiche: Shiva non è più il collerico Rudra che nei Veda era implorato affinché non uccidesse uomini e bestiame: è il Grande Dio (Mahadeva) che distrugge l'intero universo, è Colui che salva il mondo ingoiando il veleno negli albori del tempo (Nilakantha), è Colui che domina i cinque elementi (Panchanana).

 

L'appellativo Mahadeva è frequente nel Mahabharata, dove Shiva appare come un Dio che suscita inquietudine, il cui accedere al devoto è descritto non come semplice apparizione ma invasamento, possessione (avesha, termine che poi ricorrerà nello shivaismo kashmiro).

 

La figura di Shiva, nel corso del tempo come anche all'interno delle stesse tradizioni religiose, ha assunto valori e sembianze diverse, incarnando aspetti e significati che a volte appaiono contraddittori. Egli è il calmo e perfetto tra gli asceti (mahayogin), ma è anche lo sfrenato e sensuale danzatore cosmico (nataraja), colui che, nudo, tenta le mogli degli asceti; è la forza che dissolve e distrugge i mondi, ma anche quella che li rigenera, li preserva e li sostiene; è il genitore che taglia la testa al figlio, ma anche colui che dispensa felicità e benessere spirituale.

 

Queste polarità possono dare l'impressione di aver a che fare con un coacervo di divinità, oppure con un Dio mera coesistenza di opposti. Certamente alcuni aspetti del Dio sono inquadrabili secondo questa visione, come per esempio Ardhanarishvara, metà uomo metà donna; ma in realtà, Shiva incarna tutti questi aspetti, perché tutti questi aspetti hanno un denominatore comune.

GLI ASPETTI DI SHIVA

Il distruttore

Con la diffusione del concetto di Trimurti, la figura di Shiva è stata identificata principalmente con il suo aspetto dissolutivo, e quindi rinnovatore (senza tuttavia dimenticare o trascurare gli altri aspetti). Nella Trimurti Shiva rappresenta la forza che riassorbe i mondi e gli esseri nel Brahman immanifesto, è l'aspetto divino che conclude i cicli duali di vita-morte, per consentire a Brahma (l'aspetto creativo) di iniziarne degli altri; è anche il Signore che distrugge la separazione tra il Sé individuale (jivatman) e il Sé universale (Paratman). L'appellativo di "distruttore" non è quindi da intendersi in senso negativo, in quanto tale azione si esplica in realtà contro ciò che ostacola, oppure è un aspetto della necessità stessa degli eventi: non è possibile una creazione senza una precedente distruzione.  

Il più grande tra gli asceti

Sviva è il Signore di tutti gli yogin (i praticanti dello yoga), l'asceta perfetto, simbolo del dominio sui sensi e sulla mente, eternamente immerso nella beatitudine (ananda) e nel samadhi. E' il Signore dell'elevazione che dona ai devoti la forza necessaria per perseverare nella propria disciplina spirituale (sadhana); è il protettore degli eremiti, degli asceti, degli yogin, dei sadhu, di tutti quegli aspiranti spirituali che hanno lo scopo di indagare sulla Verità e conseguire così la liberazione (moksha).

In questa forma Egli prende i nomi di Yogishvara ("Signore degli yogin"), Sadashiva ("Shiva l'eterno") e Parashiva ("Shiva supremo"), da molte tradizioni considerata la Sua forma ultima.

Il signore della danza

Shiva nella sua forma Nataraja (Re della danza) in una raffigurazione dell'XI secolo conservata presso il Museo Guimet di Parigi
Shiva nella sua forma Nataraja (Re della danza) in una raffigurazione dell'XI secolo conservata presso il Museo Guimet di Parigi

Shiva è anche chiamato Nataraja, il Re della Danza, e molte sono le rappresentazioni che hanno come soggetto il Dio danzante. La più nota è quella di Shiva con quattro braccia all'interno di un arco di fuoco. La chioma del Dio è intrecciata e ingioiellata e le ciocche inferiori si sollevano nel vento. Indossa pantaloni aderenti ed è adorno di bracciali, orecchini, anelli, cavigliere e collane; una lunga sciarpa gli ondeggia attorno. Altri tipici attributi possono essere presenti, come il teschio, il cobra, la luna crescente, eccetera.

La raffigurazione di Shiva Nataraja si fonda su un antico mito che vuole i Rishi della foresta di Taraka (Himalaya) nel tentativo di uccidere la divinità per mezzo di canti magici. Shiva si mise dunque a ballare trasformando le maledizioni di questi canti in energia creativa. I Rishi generarono allora, sempre per mezzo della magia, il nano Apasmara personificazione della ignoranza e dell'assenza di memoria aizzandolo contro il Dio. Ma Shiva lo schiacciò con il suo piede destro spezzandogli la colonna vertebrale, liberando al contempo l'umanità da questo flagello e avviando la salvezza dai legami dell'esistenza simboleggiata dalla gamba sinistra sollevata in aria.

In questa raffigurazione Shiva è con quattro braccia che reggono alcuni dei suoi attributi o formano delle mudra: la mano sinistra posta dinanzi al lato destro del corpo è nel gesto dell'elefante (gaja-hasta, indica la proboscide di un elefante simbolo della forza), mentre la mano destra è sollevata nel gesto di protezione (abhayamudra, invita il fedele a non avere paura); con la mano destra sollevata regge il tamburo primordiale (damaru, a forma di clessidra come ad unire il linga con lo yoni, e a provocare il suono che genera il creato: dove i triangoli formanti la clessidra si uniscono inizia la creazione, nel culmine della loro separazione ha avvio la distruzione della vita) mentre con la sinistra regge il fuoco (agni) simbolo della distruzione di ogni cosa. A sorreggere la figura c'è un fiore di loto (padma) che produce un fulmine di fuoco semicircolare (prabhamandala) che circonda l'immagine e rappresenta la sacra sillaba Om.  

Difatti questo simbolo riguarda anche le cinque attività cosmiche di Shiva: creazione (il tamburo e il suono primordiale, l'Om), conservazione (la mano che dà speranza), distruzione (il fuoco, nel senso anche di evoluzione), illusione (il piede sul suolo), liberazione (il piede sollevato): l'universo viene manifestato, preservato e infine riassorbito. La simbologia è quindi quella dell'eterno mutamento della natura, dell'universo manifesto, che attraverso la danza Shiva equilibra con armonia, determinando la nascita, il moto e la morte di ogni cosa. 

Shiva-Shakti

Shiva e Shakti
Shiva e Shakti

Le tradizioni moniste dello shivaismo kashmiro, considerano Shiva la Coscienza assoluta, trascendente, non manifesta e inattiva, il substrato ultimo della totalità; Shakti la Coscienza operativa, prima espressione del processo creativo, l'energia attiva in ogni manifestazione del cosmo. In una metafora molto usata nei testi induisti, Shiva e Shakti sono come <<il fuoco e la sua capacità di bruciare>>, o come <<lo specchio e l'immagine ivi riflessa>>, a indicare quindi che si tratta di un'unica realtà, una coppia cosmica.

E così si esprime il teologo e filosofo Abhinavagupta, riordinatore delle tradizioni religiose del Kashmir:

 

<<La fusione, quella della coppia (yamala) Shiva e Shakti, è l'energia della felicità (ananda shakti), da cui emana tutto l'universo: realtà al di là del supremo e del non-supremo, essa è chiamata Dea, essenza e Cuore (glorioso): è l'emissione, il Signore supremo.>>

(Tantraloka III, 68-69)

 

Su un piano simbolico più immediato, Shiva e Shakti rappresentano anche i principi maschile e femminile, e nelle tradizioni shivaite Shakti è usualmente personificata dalla dea Parvati, compagna e sposa di Shiva. Il significato è quello della complementarietà degli opposti, un concetto analogo a quello di Yin e Yang della filosofia taoista: maschile e femminile, spirito e materia, intelligenza ed energia, pensiero ed azione, staticità e dinamismo, sono due metà perfette e complementari di un Tutto cosmico, la Creazione stessa.

 

FONTE

www.wikipedia.org