Filosofia e spiritualità


La millenaria conoscenza spirituale indiana

UPANISHAD VEDICHE

Kena Upanishad

La Kena Upanishad, come la Chandogya Upanishad, appartiene al Samaveda, il Veda dei canti saman. Il nome dell'Upanishad deriva dal verso iniziale di Kena che significa "da chi...?"; cioè, da chi è sorretta la dimensione del sensibile, compresa l'individualità dell'ente umano? E' composta di quattro khanda (capitoli) di cui il primo e il secondo sono in versi, gli altri, differenti per contenuto, sono in prosa.

 

Nel primo e secondo khanda, che sono in versi, si pone l'attenzione sul Brahman nirguna, il fondamento del tutto esistente, Brahman diviene il vero ed esclusivo oggetto di conoscenza e quindi di realizzazione.

 

<<Colà non giunge la vista, non giunge la parola, né la mente. Non conosciamo (il Brahman così espresso). Non abbiamo cognizione di come questo (Brahman) debba essere insegnato. "Quello è altro dal conosciuto ed è anche al di là del non conosciuto": così udimmo dagli antichi (maestri) i quali ce lo illustrarono>>.

 

( Kena Upanishad I, 2 )

 

Nel terzo e quarto khanda, che sono in prosa, il Brahman è concepito come una Realtà ineffabile, insondabile che gli stessi Dei stentano ad afferrare.

 

<<Di Quello, ecco il precetto: è così! come quando balena la folgore o come quando si siano aperti e chiusi istantaneamente gli occhi. Così è in riguardo alla sfera divina>>.

 

( Kena Upanishad IV, 4 )

 

<<(Il maestro aggiunse:) "Di quella (conoscenza segreta) i fondamenti sono: disciplina ascetica, autodominio, l'attività rituale e così (via); i Veda sono tutte le membra; la Verità è la dimora (il suo fondamento)">>.

 

( Kena Upanishad IV, 8 )