Che cos'è lo yoga


La parola "yoga", che significa "unione", rimanda per molti a esercizi e posizioni insolite e a volte contorte. Tutto ciò ha sicuramente un posto di rilievo nella pratica dello yoga, che è però, molto di più. Nella letteratura antica, lo yoga viene infatti descritto e definito come una disciplina più mentale che fisica.

 

Sotto questo aspetto, lo yoga è ben lontano dall'essere un insieme di semplici esercizi fisici, costituisce piuttosto, un aiuto per stabilire un nuovo modo di vivere che abbracci sia la realtà interiore sia quella esteriore. Le pratiche yogiche danno benefici a chiunque e ci aiutano a recuperare un'eredità spirituale che rischia di essere dimenticata.

Filosofia

Per comprendere lo yoga, è necessario conoscere le prerogative del pensiero filosofico indiano. Per la maggior parte degli occidentali, il tempo è lineare, inizia con la creazione dell'universo, intesa come Big Bang o atto di Dio creatore e procede verso un punto finale. In India, invece, prevale una concezione ciclica del tempo. Per alcuni maestri indiani, noi siamo spiriti eterni, e la creazione è un processo ciclico, che si ripete ogni miliardi di anni e riguarda solo l'aspetto materiale della vita.

 

Quindi noi siamo anime eterne che continuamente rinascono. Questo ciclo di continue rinascite, si chiama "samsara". Il "samsara", è determinato dalle azioni che compiamo, il "karma". Il "karma" è quindi quell'azione che determina il ciclo delle rinascite.

 

Gli indiani di fatto, non hanno concepito la vita come una lotta tra il bene e il male, ma tra l'ignoranza, l'"avidya", e la realtà, cioè tra quello che pensiamo di essere e ciò che siamo realmente, ciò che gli indiani chiamano genericamente come "maya", illusione. Lo yoga è quel cammino che serve a sottrarsi a questa "maya".       

Samkhya

Il Samkhya è una scuola di pensiero indiana nata durante il brahmanesimo (800 a.C. - 300 d.C.). Sebbene non teista, questa filosofia, costituisce uno dei sistemi ortodossi (darsana) nella cultura religiosa hindu. Il termine sanscrito samkhya, significherebbe “enumerazione”, con riferimento alla classificazione dei principi cosmici e individuali cui riportare tutto ciò che è manifesto. Un altro possibile significato è “discriminazione”, con riferimento al fine della dottrina, quello di distinguere fra lo spirito (purusha) e la materia (prakrti). Il fondatore di questa scuola è stato il mitico Kapila. Di questo personaggio non abbiamo molti riferimenti storici, quindi ci limiteremo ad esporre la sua filosofia.

 

Come si è detto il Samkhya è una darsana che riconosce l'autorità dei Veda. In realtà è un sistema che ne prescinde quasi totalmente, poiché pur utilizzando il concetto di purusha (l'uomo originario dei Veda), ne fa un semplice modello, qualcosa di simile all'anima nella cultura occidentale. La filosofia Samkhya è un dualismo realistico fondamentalmente ateo, che esclude qualsiasi concetto di divinità, e si limita a considerare le individualità umane (i purusha) e la materia (la prakrti).

 

Secondo questo sistema filosofico, l'intera realtà scaturisce dalla relazione fra due principi onnipervadenti ed eterni, quello pluralistico dei purusha e quello evoluzionistico della prakrti, la materia. I purusha sono gli spiriti delle individualità umane, che sono di numero infinito. Questi purusha, sono spettatori passivi delle evoluzioni della prakrti, che è completamente pervasa da tre qualità costitutive, i tre guna: sattva, rajas e tamas. Queste entrano nella composizione di qualsiasi manifestazione della natura, e corrispondono rispettivamente alla “leggerezza” e "luminosità”, al “dinamismo”, alla “pesantezza" e "oscurità”. Quando la quiete della prakrti, cioè l'equilibrio tra i tre guna, viene alterata, si ha l'inizio di un nuovo universo, e quindi l'avvio del mondo manifesto. Questa alterazione dello stato originario di quiete è dovuta alla stretta vicinanza tra purusha e prakrti. Il Purusha va infatti considerato come l'ispiratore, che con la sua presenza, dona coscienza e vitalità all'intero creato, che nell'uomo diviene anima e assume l'aspetto di colui che conosce e non agisce. La prakrti invece, è un ente agente e non cosciente.

 

Secondo la teoria cosmologica indiana, l'universo ha un'evoluzione periodica, il tempo è circolare non lineare. Ogni qual volta il tempo riprende, una nuova evoluzione dell'universo a origine. Prima che il tempo riprenda, il cosmo è immanifesto, la prakrti giace in uno stato di quiete, ed è soltanto in questo stato che ha i tre guna in equilibrio. A causa del karma di chi non ha raggiunto la liberazione (moksa), e destinato a reincarnarsi, lo stato di equilibrio viene alterato e un nuovo ciclo prende inizio. Questo passaggio di stato, avviene quindi per cause etiche, e l'intero susseguirsi dei cicli avrà termine soltanto quando tutti gli esseri avranno raggiunto la liberazione.

 

Da tutto questo derivano i 25 principi (tattva), che strutturano il sistema del Samkhya. Con da una parte il Purusha (lo spirito) e dall'altra la prakrti (la materia). La prima manifestazione della prakrti è l'Intelletto (buddhi). Questo è l'elemento più sofisticato della prakrti, sede delle latenze, accumulate nelle vite passate, e delle disposizioni personali. L'intelletto è il solo che può consentire il discernimento fra prakrti e purusha.

 

Dall'Intelletto ha origine il Senso dell'Io (ahamkara), che è il principio di individuazione, quello che consente di rapportare gli eventi alla persona, che fa dire all'individuo <<io sento>>, <<io penso>>, <<io gioisco>>, eccetera. Queste percezioni sono però, in realtà, aspetti della materia stessa, il soggetto non è reale. E' questo aspetto della prakrti, la causa della confusione col purusha, perché da un lato l'ahamkara si illude d'essere altro dalla materia, dall'altro il purusha si afferma come quello che non è.

 

Da Ahamkara, sotto l'influsso di Sattva guna, si sviluppa Manas, la Mente cosmica, il principio cognitivo. Manas sintetizza le informazioni ricevute dai sensi. Questa è la mente sensoriale esposta al continuo fluire delle vritti prodotte dall'interazione tra sensi ed oggetti. Manas è come uno schermo dove vengono proiettate le immagini che i sensi hanno raccolto dal mondo fenomenico, immagini con le quali l'ego si identifica e che generalmente sono distorte e non corrispondenti alla vera realtà.

 

Da qui si ha appunto la cosiddetta serie sensoriale, costituita oltre che dalla mente, dai cinque sensi di conoscenza: occhio, naso, orecchio, lingua, pelle, e dai cinque organi di azione: parola, mano, piede, organi escretori, organi sessuali.

 

Da Ahamkara, sotto l'influsso di Tamas guna, sono generati i cinque Tanmatra, gli elementi potenziali e archetipici appartenenti alla manifestazione sottile e che generalmente non sono percepibili ma desumibili per inferenza. Essi sono le essenze di: suono, tatto, forma, sapore e odore.

 

A partire da questi ultimi evolvono i cinque Mahabhuta, gli elementi grossi: etere, aria, fuoco, acqua e terra.

 

Il Samkhya descrive com’è fatta la natura delle cose, di quali elementi è composta, esponendoli dal più sottile al meno sottile, descrizione che riguarda sia il macrocosmo che il microcosmo, universo e uomo.

Secondo questa scuola di pensiero, la fisiologia umana è classificata in diverse parti:

  • bhuta, i cinque elementi
  • jnanendriya, i cinque organi di senso che ci permettono di acquisire la conoscenza delle cose
  • karmendriya, i cinque organi motori, tutto ciò che ci permette di compiere le azioni
  • tanmatra, le cinque modalità esperienziali, sempre legate alla nostra capacità di venire a contatto con le cose del mondo
  • manas, la mente, che ci permette di percepire il mondo esterno, proprio attraverso i sensi, ma anche di percepire il nostro mondo interiore.

Il Samkhya, va quindi letto dal basso verso l’alto, ripercorrendo la via della coscienza a ritroso, per riconoscere tutti gli elementi che compongono l’universo. 

Testi

Lo yoga è nato e si è sviluppato nel subcontinente indiano, ed è nei suoi antichi scritti che troviamo le prime tracce della sua pratica. Nelle Upanishad del periodo vedico (800 a.C. - 300 a.C.), nel trattato sul Raja Yoga, gli Yoga Sutra di Patanjali (200 a.C), con il primo sistema unificato dello yoga. Trattato che a sua volta, ha come filosofia di riferimento, la scuola di pensiero del Samkhya.

 

Altro importante testo dello yoga, è la Bhagavad Gita (Canto del Beato) 100 a.C., un poema di contenuto religioso di circa 700 versi (sloka), contenuto nel VI parva (libro), del grande poema epico Mahabharata (La grande storia di Bharata), uno dei più grandi poemi epici dell'India.


Origini

Lo yoga è nato e si è sviluppato nel subcontinente indiano. Le prime tracce della sua pratica, le troviamo nel periodo vedico (800 a.C. - 300 a.C.). Non va inoltre dimenticato, il grosso contributo dato allo yoga, dalla nascita del Buddhismo (500 a.C.), per la filosofia, l'etica e le tecniche di meditazione. Più tardi (300 d.C.), saranno i culti popolari dell'India, in particolare il culto di Shiva e il Tantrismo con il relativo Buddhismo Tantrico, ad influenzare lo yoga. Tutto questo sfocerà nel Vedanta (la fine dei Veda) 700 d.C., creando le basi dell'Induismo moderno.

 

Guardando la storia dello yoga, si evidenziano due percorsi paralleli, che inevitabilmente si intrecciano, ma allo stesso tempo mantengono caratteristiche differenti. Uno di questi è il percorso più ortodosso dello yoga, che ha le sue radici nella cultura dei Veda, dei Brahmana e Aranyaka, e soprattutto delle Upanishad, del Samkya, dello Yoga Sutra e della Bhagavad Gita. L'altro è il percorso legato alle tradizioni del Tantra

 

Nel modello tantrico abbiamo la divinizzazione del corpo, quindi il corpo non è più solo materia, ma diventa strumento per realizzare lo yoga. Nel Tantra prevale l'idea che l'essere umano possa trovare nel proprio corpo l'accesso ai vari piani o mondi (loka) che costituiscono l'universo. La visione del corpo, l'utilizzo dei mantra, dei mudra, e dei mandala e yantra, queste caratteristiche hanno dato vita ai differenti stili yoga come: il Kundalini Yoga, il Mantra Yoga, il Laya Yoga e l'Hatha Yoga, che enfatizzano i diversi aspetti del Tantra.

 

L'altro percorso, quello ortodosso, a cui fanno riferimento il Kriya Yoga, il Raja Yoga, il Karma Yoga, Il Jnana Yoga e il Bhakti Yoga, riflette l'altro modello. In tale modello il viaggio spirituale è concepito come un movimento interiore, in cui ogni stadio è caratterizzato da un crescente aumento della consapevolezza e dell'aspetto più sottile della natura dell'individuo.

 

Oggi, nello yoga moderno, è sempre più difficile trovare queste distinzioni, ma tutto sembra fondersi in un'unica disciplina, anche se permangono differenze nella pratica. La più importante tra queste, è quella tra forme di yoga principalmente centrate sul corpo, in cui la meditazione viene magari introdotta in uno stadio più avanzato, e forme che insistono sull'aspetto mentale e magari incoraggiano anche una certa pratica fisica. Certo è che l'evoluzione dello yoga è ancora in atto e, ad ogni modo, è bene che chiunque abbia il diritto di scegliere e sperimentare in base alle proprie esigenze, ma cercando anche, di rendersi consapevole di ciò che si sta realmente facendo.


Pura Coscienza

Il Vedanta, la speculazione che muove dalle Upanishad, la chiamò Brahman e ne ritrovò in noi la misteriosa presenza come atman, io segreto, pura luce, principio primo, unica realtà in mezzo all'oceano di ciò che diviene. Le scuole shivaite la chiamano Shiva o Para-samvit, suprema consapevolezza, che si effonde ed espande in tutto ciò che è. Esse infatti, a differenza del Vedanta monistico, sostengono che il mondo non è irreale ma il dispiegarsi di Dio, la sua veste.

 

Il Buddhismo primitivo aveva postulato l'esistenza di due piani fra i quali non esiste nessuna comunicazione, due mondi assolutamente diversi: da una parte il mondo samsarico, il nostro, nel quale opera il karma e continuamente si muore e si rinasce; da un'altra parte il piano nirvanico realizzato con un salto qualitativo quando il karma e la sua forza siano stati arrestati e soppressi.

 

Questa tesi, nella sua schematica concisione, non poteva accordarsi con l'ontologismo che sempre prevalse nell'indagine indiana e che finì col dominare anche il Buddhismo. Il piano nirvanico venne infatti assai per tempo definito in termini ontologici e fu concepito come un assoluto e anche come la inesauribile potenzialità dell'infinito possibile. Fu un punto di arrivo cui si giunse per diversi gradi: ora si afferma che samsara e nirvana così contrapposti sono equivalenti, in quanto partecipano dello stesso carattere, perché ugualmente privi di essenza, l'unica realtà restando quell'indefinibile quiescenza. Ora si definisce questo ente in termini positivi come coscienza pura senza oggetto né soggetto.

 

A questa coscienza cosmica i Buddhisti dettero diversi nomi: matrice di tutti i Buddha (Tathagatagarbha), identità assoluta (Tathata), piano della potenzialità infinita di tutto ciò che è (Dharmadhatu), essenza non connotata (Dharmata). Ma alcune scuole, quelle dei Vijnanavadin, la dissero Alayavijnana, coscienza-deposito, cioè la intesero come realtà psicologica, psiche collettiva, nella quale le singole esperienze vengono depositate per poi riapparire nel flusso individuale.

 

Sono dunque due le posizioni scelte dal pensiero indiano: da una parte una concezione metafisica la quale postula una realtà immutabile ed eterna cui si contrappone il flusso irreale delle parvenze che sempre divengono; dall'altra parte una costruzione per così dire psicologica del mondo la quale riduce tutto a pensieri ed a relazioni di pensieri, ma questi tuttavia, sebbene effimeri, sono possibili in quanto esiste una forza universa e collettiva che li suscita e li conserva.

FONTI

www.wikipedia.org

www.amadeux.net

"Asana Pranayama Mudra Bandha" Swami Satyananda Saraswati (Edizioni Satyananda Ashram Italia) 

"Il Pensiero Yoga" di Peter Connolly (EDIZIONI RED)

"TEORIA E PRATICA DEL MANDALA" di Giuseppe Tucci (Ubaldini Editore - Roma)